domenica 2 luglio 2017

UNA VERA VIA CRUCIS di DANIELE BURATTI

MENZIONE DI MERITO PERSONALIZZATA CON LODE ALLA CREATIVITÀ SEZ. B


La storia che vado a narrare, è realmente accaduta in una piccola cittadina, nella provincia di Roma. Ovviamente, dalla realtà, tolgo i nomi propri dei protagonisti e del paesino, perché sono convinto che il lettore possa, come spesso accade, immaginare e comparare i luoghi e i fatti con circostanze a lui più vicine.
Castel Bella Signora, questo il luogo dove ci troviamo, è ubicata su un contrafforte collinare, che degrada dolcemente verso una grande vallata, dove scorre un limpido fiume. La sua fondazione ha origini lontane, ancor prima dell’Impero Romano, un piccolo villaggio di contadini e pastori che vide nascere il suo splendore solo in tempi Medievali, quando una bella signora di antica, facoltosa e nobile casata, fece erigere sulla rocca, un castello che divenne poi la sua residenza perpetua. Ancor oggi è ricordata per le molte cose buone fatte per i suoi paesani. Fece costruire molte residenze popolari, fu un’accanita sostenitrice di feste religiose, sagre di prodotti locali e giochi che coinvolgessero tutte le contrade con i rioni, come il palio e altri giochi simili. Tutti i concittadini andavano, e ancora vanno, fieri delle antiche tradizioni che si ripetono con grande partecipazione, addirittura trasformando il paese, per i diversi eventi, nelle finte ricostruzioni dei tempi andati.
Ma andiamo alla storia: era l’imbrunire di uno di quei giorni uggiosi, dove una leggera pioggerellina aveva rischiato di mandare all’aria il lavoro di ben tre giorni, per la preparazione di un evento religioso, molto seguito dalla comunità tutta. La Via Crucis era stata organizzata in un modo quasi maniacale, partendo dal portone del Castello, il suo percorso a tondo e in senso antiorario si svolgeva lungo tutta la strada principale del paese, per tornare all’antica ricostruzione del Golgota, posto proprio sulla piazza principale.
   L’interprete principale era, come negli anni passati, Gianni, un brav’uomo, conosciuto da tutto il paese, un pittore edile che da sempre faceva parte della proloco e anche se non praticante era appunto scelto per la straordinaria rassomiglianza con Nostro Signore: i capelli fluenti, l’ispida barba, gli occhi di uno straordinario celeste, uno sguardo sempre attento e sincero, un fisico alto e asciutto.
   Le strade fatte di vecchi sampietrini, per effetto scenico, erano state spolverate con un leggero strato di sabbia, per mascherare la vera pavimentazione, le facciate troppo moderne dei nuovi fabbricati erano state coperte e mimetizzate con enormi teli per rendere una coreografia ben adatta alla funzione. I costumi poi erano di una fattura che riproducevano fedelmente il periodo della crocefissione di Gesù.
   Alle cinque del pomeriggio, tutto era pronto. Non pioveva più e su un palchetto davanti al portone del castello, si cominciò la rappresentazione della condanna a morte di Gesù con un Ponzio Pilato, rappresentato proprio dalla persona del sindaco, che nel fisico ben rappresentava il personaggio. Nell’atto di ordinare la flagellazione di Nostro Signore, raccolse una gran bordata di fischi dai presenti. Ma quando addirittura, ne ordinò la crocefissione, dopo il plebiscito popolare (…libera Barabba) dei pochi teatranti che rappresentavano il popolo, facendo il gesto di lavarsene le mani, ci fu quasi una sommossa popolare da parte di molti dei suoi concittadini, fomentati forse dai suoi attuali oppositori politici. Solo le urla sconnesse del parroco, Don Piero, riuscì a sedare gli animi.
La scena della corona di spini, preparata con foglie e rovi veri, fece da partenza della Via Crucis, con Gesù, alias Gianni, che era caricato della croce. Una croce vera, di legno vero, dello spessore idoneo a reggere una crocefissione e per questo pesantissima.
   La rappresentazione si svolse con molto pathos e partecipazione. Il Cristo era fustigato, dai suoi aguzzini, ai limiti della realtà e quando qualche colpo andava veramente a segno, Gianni urlando fortissimo, gettava una feroce occhiata a chi aveva fatto partire il colpo e senza dire parola, si capiva che forse avrebbe pareggiato il conto a funzione finita. Don Piero, seguendo di pochi passi la scena e senza smettere di pregare, gesticolava ferocemente quando avvenivano questi fatti e il più delle volte, contravvenendo al cerimoniale, si avvicinava ai finti legionari, dando spintoni e scappellotti a chi faceva sciocchezze.
 Poi Gesù cadde la prima volta. Nella quarta stazione s’incontrò con la Madonna e tutto il popolino si spellò le mani con applausi, per la scena, mentre molte donne si commossero sino alle lacrime.
   Si andò avanti tra la commozione generale e la partecipazione a preghiere e canti. La strada fino allora era stata in leggera discesa o pianeggiante, la pioggia aveva fatto tracimare un po’ di sabbia, rendendo un poco difficoltoso il camminare a tutto il corteo, ma tutto procedeva con normalità.
  Per andare verso il calvario allestito sulla piazza, la via prendeva una leggera salita e diventava un po’ più ripida, nell’ultimo tratto, proprio poco prima di giungere sulla piazza.
   Cristo cadde per la terza volta alla nona stazione, Gianni nella sua recitazione, riuscì a strappare un grido ai fedeli per un’ottima interpretazione e ci fu un grandissimo applauso quando riuscì ad alzarsi con l’aiuto dei legionari che lo sollevarono facendo finta di strattonarlo.
   Mancavano pochissimi metri al calvario della processione e, forse complice la sabbia bagnata, la stanchezza o la salita, Gianni perse un calzare e cadde rovinosamente su un ginocchio, mentre la croce lo colpiva sulle spalle e sulla testa, scivolando poi addosso a Don Piero, che cadendo, riuscì a fermarla prima che potesse far del male ai chierichetti e ai fedeli che lo seguivano.
   Gianni mandò dei forti urli di dolore, dal ginocchio usciva molto sangue, quando si guardò il ginocchio, tenendolo stretto tra le mani, cominciò furiosamente a bestemmiare in maniera ansiosa. Il primo a soccorrerlo fu Don Piero che, nonostante la caduta, accortosi della gravità della situazione, mettendosi una mano in tasca tirò fuori il fazzoletto, rimanendo per un attimo indeciso se posarlo sul ginocchio di Gianni o premerlo sulla sua bocca per far terminare quella serie di bestemmie. Decise per il ginocchio, lo dispose e, tamponando forte, gridò per far chiamare gli addetti dell’ambulanza, sempre obbligatoriamente presente in queste occasioni.
   Intervenuti i paramedici, insisterono per condurre Gianni al Pronto Soccorso. Ma Gianni, volle portare a tutti i costi a termine la Via Crucis. Don Piero, silenzioso e defilato seguiva lo svolgersi della questione. Dalla folla uscì allora il medico condotto, che studiando il ginocchio di Gianni, riteneva che se voleva, poteva mettere un paio di punti per far si che si potesse portare a termine la funzione, ma subito dopo si sarebbe dovuto recare al Pronto Soccorso. Con dieci minuti e in mezzo alla strada, fu suturata e fasciata la ferita.  Gianni proseguì, con una faccia che rendeva ancora più drammatica, la processione.
I tempi furono accelerati, sul Golgota erano già presenti e posizionati i due figuranti che facevano la parte dei ladroni in croce ai lati di Cristo. Gianni (Cristo), fu spogliato e legato alla croce. Va detto però che la croce, doveva entrare in un buco preparato sul palco, s’imbragò la croce e con l’aiuto di altri figuranti, si cominciò a tirarla su con Gianni che legato piangeva a lacrime vere. Ma se una cosa può andare storta, sicuramente andrà storta. Per una strana combinazione, non fu centrato il buco del palco e solo un pizzico di fortuna riuscì a salvare Gianni da non cadere a terra, legato e a faccia avanti mentre gridava parolacce e bestemmie a chi doveva dargli la massima sicurezza.
   Finalmente il tutto fu riportato alla normalità, la croce fu messa nel modo giusto e la funzione fu riportata al Vangeliano finale. Gianni fu portato al posto di soccorso e il referto parlava solo una ferita lacerocontusa, guaribile in una decina di giorni.
   Credo che la scena del Cristo, nel finale della sua passione, che bestemmiava come un turco, quando sappiamo che il vero Cristo, si rivolse con spirito e parole assai diverse al padre e alla madre, rimarrà per sempre un ricordo esilarante nella mia memoria, ma anche in quella di molti miei concittadini.
   Gianni, continua ancora a interpretare il ruolo di Gesù nella Via Crucis.
Motivazione: Un racconto reale, dove l’Autore descrive egregiamente un atteggiamento di bonario e divertito distacco dalle cose ma non dalle persone, dove il lettore avverte l’ironia e l’intelligenza dell’interpretazione divenuta immagine reale.
Paola Bosca.


Nessun commento:

Posta un commento

Lascia il tuo commento