domenica 2 luglio 2017

RINALDO E LA SUA PENNA DAL PENNINO D'ORO di IRIS VIGNOLA

VOX ANIMAE IV EDIZIONE SEZIONE B
TARGA PERSONALIZZATA E DIPLOMA D’ONORE (TERZA CLASSIFICATA)


Un tempo addietro, avevo conosciuto una bambina che venne soprannominata “Curiosetta” per quel suo modo di fare che certamente avrete immaginato.
Frequentava la prima elementare e il suo vero nome era Anna. Amava tanto curiosare, guardarsi intorno per osservare ogni cosa dettagliatamente, per poi andarla a toccare e chiedere alla mamma a che servisse. Certamente, era questo naturale, essendo ancora piccola, bisognosa di sapere che cosa le ruotasse attorno, seppure tante volte esagerasse con quei suoi “cos'è?” “perché?” coi quali continuava a tormentare chiunque le stesse accanto, in ogni ora del giorno e, parecchie volte, persino di notte, quando era insonne ed aveva voglia di giocare o di stare dietro ai vetri della finestra, nella stagione invernale e affacciata al davanzale della residenza a piano terra, in estate, a guardare la luna, che, aiutata dal vento, le sorrideva spargendo il suo argento dal cielo trapuntato dalle innumerevoli stelle, le quali, impreziosendo il manto di velluto nero della notte, stavano a brillare, sussurrando un canto corale sulla melodica armonia di arpe e di violini suonati da dita angeliche, nell'assoluto silenzio che le riportava quel dolce incanto.
La sua mamma aveva voglia di chiamarla per convincerla a stare sotto le coperte e non in piedi, con il nasino appiccicato ai vetri, attratta da ciò che solamente la sua piccola mente riusciva a percepire. Se capitava di doverla accompagnare a fare la spesa, prima di entrare nel negozio o nel supermercato, lei la guardava fissa negli occhi, facendole promettere di comportarsi adeguatamente, senza toccare ogni cosa con quelle due piccole mani sorprendentemente veloci e ricordandole quel brutto pomeriggio in cui aveva fatto rovinare a terra un bell'oggetto di cristallo, in una bottega artigianale del centro che, miseramente, si era frantumato in mille pezzi, causandole vergogna per non aver educato a dovere la sua bambina. In più, l'aveva ripagato, senza neanche portarsi i cocci a casa.
Curiosetta, in una domenica mattina, andò a trovare il nonno tornato dall'ospedale.
Era stato talmente male da essere ricoverato per un lungo mese, tuttavia, si era ristabilito in maniera eccellente, fino a stare ancora meglio di prima.
Era un tipo molto strano, viveva sempre nel suo mondo di poesia e di letteratura.
La casa dei nonni non era così lontana dalla propria, ci si poteva arrivare facendo una
bella passeggiata; cosa che fece la bambina con i suoi genitori, visto che il sole emanava un bel tepore, in quel tanto gradito inizio di primavera
La nonna aveva preparato un buon pranzetto, concludendo con una torta al cioccolato, una leccornia da mettere sotto i denti al più presto! Nel frattempo che erano in procinto di imbandire la tavola, l'avevano incitata a fermarsi nel giardino, a respirare l'effluvio dei fiori appena nati e a scrutare gli strabilianti colori variegati delle soavi farfalle, ma di non provare a toccarne le ali... che non avesse a romperle! Stranamente, aveva ubbidito. S'aggirò per quel paradiso inebriata dal profumo, pungendosi le dita con le rose, ma stando zitta, zitta, per paura di essere sgridata. La tentazione di toccare quegli insetti così belli e svolazzanti era forte, nonostante ciò, la mano destra tratteneva la sinistra e viceversa. Fu proprio contenta di avercela fatta! Finito il pranzo, con la bocca sporca di cioccolato, si alzò per andarsela a lavare, come la nonna le aveva suggerito innanzi. Quando tornò, i grandi stavano a chiacchierare del più e del meno: del tempo, del lavoro, della salute in generale e lei si sarebbe tanto annoiata ad ascoltare. Forse, si sarebbe perfino addormentata! Così, quatta quatta, senza far vedere che era tornata e senza far capire che si stesse allontanando nuovamente, andò a scoprire quanto di segreto c'era... in giro per la casa. Non per niente, l'additavano a curiosa! Fruga qui e fruga là, non c'era nulla di importante che rapisse il suo interesse. Fino a quando, in camera dei nonni, aprendo ogni cassetto contenente magliette, fazzoletti, oggetti vari, non si avvide di qualcosa che attirò la sua attenzione, in un astuccio di velluto nero. Lo prese al volo!
Chissà che avrebbe detto il nonno, se fosse stato lì! Cacciò in fretta quel pensiero, non lo gradiva affatto! Però... le piaceva così tanto quell'astuccio. Chissà che cosa c'era dentro!
Lo agguantò in mano, lo rigirò più volte, poi, alzando le spalle, si decise. “Lo apro. Che vuoi che mi succeda!” Ne fece capolino una penna, dal triste aspetto vecchio. Era diversa da quelle conosciute e c'era una stranezza, un controsenso, in quel pennino sgargiante che pareva d'oro. La prese fra le dita, l'alzò verso i suoi occhi, la rimirò... stranita.
Ruotandola, quel pennino mandava bagliori luccicanti.
Probabilmente era nuovo, mai usato, così stupendamente suggestivo! Un rumore le carpì l'udito. “C'è qualcuno!” Constatò all'improvviso, senza fare in tempo a riporre nel cassetto quel che testé aveva trovato.
-Ciao nonno... Disse titubante, vedendosi scoperta, con la vocina più innocente che potesse.
-Che stai facendo? Chi ti ha dato il permesso di frugare in giro? Lo sai che non è bello!
-Sì... nonno... scusa, ma mi stavo annoiando giù e quasi addormentando e allora... volevo fare un sonnellino, sopra il tuo letto. Ma vedi... era un richiamo, quel cassetto aperto. Una bugia... mai detta così bene, in vita sua! Pareva fosse vera!
-Eh, curiosetta, non cambi mai. Va bene, ti perdona il nonno, lo sai che non potrei mai farti il broncio. Te ne approfitti, bimba mia. Dai, vieni qui, che ti racconto la storia di quella che stai rimirando:
“C'era una volta un bimbo bravo e bello, di nome Rinaldo. Aveva la tua stessa età. Ebbene, nel paese dove abitava, c'era una scuola, tuttavia molto lontana e, per raggiungerla quotidianamente, era abituato a percorrere la strada tanto lunga dentro il bosco con ogni tempo, sia che ci fosse il sole, sia che piovesse a catinelle, o ancora che nevicasse, sprofondando dentro al freddo della neve, così solo e intirizzito!”
-Nonno, ma la sua mamma o il suo papà non lo accompagnavano a scuola in auto, se doveva camminare tanto?
-Tesoro mio, in quell'epoca lontana, non esistevano le auto, ma carrozze trainate da cavalli ed era un lusso solamente per gente facoltosa. Nei piccoli borghi c'erano calessi, però non tutti li possedevano e la famiglia del bambino era troppo umile, per averne una. Andiamo avanti: “Al ritorno, in pieno inverno, quando già faceva buio, le ombre lo seguivano per spaventarlo; purtuttavia, non ci riuscivano, poiché Rinaldo sognava di continuo ad occhi aperti, senza guardarsi attorno, né considerare altro se non i suoi pensieri e i propri desideri che avevano le ali per volare in alto.”
-Anch'io ho tanti sogni e tanti desideri, nonno! Quindi, volano anche i miei!
-Certo cara! Tutti i sogni e i desideri volano in un posto nel cielo, in attesa di essere realizzati. Ma ascolta, fammi andare avanti: “I suoi compagni di classe non lo vedevano di buon occhio, sempre perso nel suo mondo, dove nessuno riusciva a penetrare.
Aveva unicamente una penna, sempre quella, oramai divenuta vecchia a furia di usarla.” A quel tempo le penne erano diverse da adesso; in modo che scrivessero, si doveva intingere il pennino nell'inchiostro nero. Spiegò il nonno.                                                                                 
-Io, a scuola, uso penne che hanno l'inchiostro all'interno. Replicò la piccola.
-Lo so e il pennino è ben diverso da quello della penna che possedeva Rinaldo. Allora,
dove eravamo rimasti, fammi riflettere... Ah sì: “Insomma, tutti lo evitavano, abbandonandolo a sé stesso e non facendolo partecipare ai giochi durante l'intervallo. Ciononostante, era felice con i suoi fogli e la sua penna in mano. Non usciva con gli altri, rimaneva lì, seduto al suo banco, a disegnare ogni cosa che gli stava intorno e soprattutto a scrivere ogni suo pensiero, tramutandolo in poesia o in una storia reale e, talvolta, in fantasia.” Proferì il nonno, poi interrotto nuovamente.
-Oh, nonno, era proprio bravo Rinaldo, mi sarebbe piaciuto tanto conoscerlo!
-Beh... non vive più da tanti anni, è andato nel mondo che ci aspetta tutti. Continuo: “I fogli, sotto la sua penna, prendevano vita. Li colmava di armoniosi disegni e straordinari scritti, per un bambino di un'età ancora abbastanza esigua.”
-Anch'io sono brava a disegnare e ho imparato a scrivere senza errori. Ribattè Anna.
-Lo so che sei un'ottima scolara e la tua pagella è ricca di bei voti, ma, tesoro mio, se mi interrompi di continuo non riuscirò a finirti il racconto. O ti sei stancata di sentire? Vuoi che interrompiamo?
-Nooo nonno! Sto zitta, te lo prometto! Vai pure avanti! Esclamò, con il visino afflitto.
-Allora, dove eravamo rimasti... Ecco: “Più i mesi trascorrevano, più la sua penna diveniva vecchia. Sai, apparteneva dapprima a suo nonno, dopodiché al suo papà, sebbene ambedue non l'avessero usata molto, dal momento che allora erano pochi quelli che imparavano a leggere e a scrivere però, ogni tanto, ci avevano provato tutti e due.
Il suo pennino era intatto, cosicché il tratto risultava ancora buono, dal momento che  Rinaldo la teneva con grande cura, evitando di premerlo in maniera pesante e di fargli prendere dei colpi. La usava con mano lieve, lieve.”
-Anch'io, alle mie... Curiosetta si interruppe all'istante, allo sguardo ombrato del nonno. Dopodiché... Scusa nonno, non  ti interrompo più. Vai avanti...
-Dicevo... “Era la cosa più importante che avesse e, senza di essa, si sarebbe sentito inutile. Un brutto giorno, però, seppur avesse rovistato nel proprio sacco, non la trovò. Era disperato! La cercò dappertutto: nel ripiano sotto al banco, per terra, in ogni angolo dell'aula; sbirciò sui banchi dei compagni e tra le loro mani. Poi, uscì nel corridoio,
pensando che fosse caduta nell'entrare in aula. Niente, non si trovava! Scoppiò addirittura in lacrime dal dispiacere, sotto lo sguardo dei compagni che lo stavano
canzonando, ridendo e urlando a squarciagola, approfittando di un attimo di assenza del maestro. Tornò a casa mogio, mogio, sempre con gli occhi lucidi, ricolmi di pianto. Non riusciva a capacitarsi di dove fosse finita.”
-Povero Rinaldo, nonno... Soggiunse Curiosetta. sconsolata
-Sì, cara, poveretto, era un'anima in pena, tant'è che, il giorno dopo e nei giorni successivi, il suo banco restò vuoto e i compagni se ne chiedevano la ragione.
-Ah, pure! Scommetto che erano stati loro a rubargli la sua penna! Sbottò, tutta adirata.
-Hai fatto centro, era stato proprio uno di loro!
“Erano appena entrati in classe e, nel frangente in cui Rinaldo stava osservando il cielo dalla finestra, dato che le nubi nere promettevano pioggia, causando la sua preoccupazione di doversi inzuppare peggio di un pulcino, durante il tragitto del ritorno a casa, un compagno la estrasse dal suo sacco di tela con un movimento fulmineo, per poi infilarla dentro il proprio, all'insaputa del bambino che non si era accorto di nulla.”
-Che brutto defic...
-Non dire parolacce, Anna! La rimproverò il nonno.
-Scusami... ma lo era, nonno!
-Hai ragione. “Comunque Rinaldo non tornò più a scuola, per il fatto che si era ammalato. La troppa tristezza per la propria penna perduta l'aveva mandato in una terribile depressione, per la quale i suoi cari non sapevano che cosa fare.
Non voleva più nutrirsi, né dissetarsi. La mamma, sforzandolo, riusciva a fargli inghiottire qualche cucchiaio di minestra e mezzo bicchiere d'acqua al giorno.
Erano tutti nello sconforto più totale, oltretutto scottava per la febbre, ma non possedevano neppure i soldi per chiamare un medico che venisse a casa a visitarlo.”
-Povero Rinaldo... sigh... sigh... La bimba era in procinto di piangere, immaginandolo.
-Anna...vuoi che smetta?
-No, no, nonno... Continua pure...
“Un giorno di quelli, la sua mamma si recò dal maestro per dirgli che non sarebbe più  andato a scuola. Alle sue domande, la povera donna scoppiò in un pianto dirotto, senza
sosta e lui si affannò a consolarla come poteva. Lei gli raccontò che il proprio figlio, nel sonno, delirava spesso, adducendo alla sua penna scomparsa che non aveva più trovato.
Appena andò via, ancora singhiozzando, l'insegnante, scuro in viso, si rivolse agli alunni, indagando e chiedendo loro se sapessero qualcosa circa la penna di Rinaldo. All'improvviso, calò il silenzio in aula. Si erano tutti ammutoliti, con lo sguardo a terra. A quel punto, fiutò che qualcuno di loro sapesse che fine avesse fatto quella penna ed incalzò nella domanda, fino a che gli occhi di tutti non si soffermarono su uno di loro, che, sentitosi chiamato in causa, lentamente si alzò in piedi, senza peraltro alzare lo sguardo verso di lui, paonazzo in viso come non lo era mai stato. Balbettando frasi insensate, il colpevole parve scusarsi, sebbene cercasse di arrampicarsi sugli specchi per discolparsi. Ammise che, per un puro errore, gli era finita tra le mani.”
-Sì, come no! Per sbaglio, proprio! Che bugiardo! Sbottò con rabbia la bambina.
-Siediti Anna, il nonno ha quasi terminato la storia: “Siccome l'insegnante non era così ingenuo da pensare che l'avergliela sottratta fosse stata una svista, lo sgridò non poco, mandandolo dietro la lavagna in punizione, ma non prima che avesse tirato fuori dal suo sacco quella penna in questione. Nonostante avesse rimproverato fortemente il colpevole, di seguito lo fece con il resto della classe, presupponendo giustamente che ognuno di loro fosse al corrente del grave atto compiuto dal compagno. Dopodiché, sempre il maestro, con la penna di Rinaldo fra le mani, la osservò bene, chiedendosi che cosa avesse di tanto speciale da far ammalare il suo proprietario per averla smarrita.
Nel riflettere, in procinto di porla sulla cattedra, si accorse del pennino rovinato.
Si rivolse immediatamente al ladro, che, spaventato e probabilmente assalito dal rimorso per il misfatto che al momento gli appariva in tutta la sua gravità, viste le condizioni di salute critiche del proprio compagno, finalmente confessò, ammettendo inoltre di averla sbadatamente fatta cadere più volte, causando la rottura del pennino.
Pertanto, consapevole che il bimbo malato non avrebbe più potuto usare la penna così amata, il maestro propose a tutta la classe un patto, a titolo di risarcimento, che avrebbe potuto assolverli dal grave atto compiuto e rendere, altresì, pace alle loro
coscienze, le quali, dopo aver dormito per diverso tempo, si stavano risvegliando...”
-Ho capito, sai nonno, che cosa vuoi dire. Interruppe la piccola.
-Lo immagino che tu abbia capito. So che sei molto perspicace, Anna. Sto per finire: “Quindi, come dicevo, propose loro un accordo che avrebbe decretato l'abolizione del
torto comune, nonché il loro ravvedimento, se avessero accettato d'indire una colletta, per mezzo della quale poter acquistare un pennino nuovo per la penna di Rinaldo.
I visi degli scolari si illuminarono, sia immaginando il compagno guarito, con la sua penna in mano con il pennino nuovo, che per il presupposto perdono. E presto fatto, dopo aver riconosciuto la grave colpa davanti ai propri genitori ed essersi fatti consegnare un gruzzoletto, racimolarono una lauta somma, con cui, assieme al loro istitutore, si recarono nell'unica gioielleria del borgo, portandosi addietro la famosa penna sulla quale fecero inserire un pennino d'oro. Di seguito, camminando in fila indiana dietro di lui, attraversarono il bosco per giungere alla casa del bambino, tanto felici così come non lo erano mai stati, certi di andare a compiere una buona azione. Rinaldo, nel frattempo disteso sul suo letto, sentì un gran vociare, ma nulla e nessuno ormai contava per lui, così solo, senza la sua cara penna. Aveva perso sogni e desideri, insieme ad essa. Erano svaniti da quel posto dove avrebbero dovuto sostare per lungo tempo, dal momento che non avrebbe più potuto trascriverli sopra i fogli candidi, in modo di farli rimanere impressi come ricordi, se non fosse stato in grado di realizzarli quando sarebbe stato grande. Euforica, la sua mamma in quel momento spalancò la porta, esortandolo ad alzarsi e, al suo rifiuto, ordinandoglielo perentoriamente.
Di malavoglia, Rinaldo si alzò sulle magre gambe traballanti, seguendo la sua genitrice verso la soglia di casa socchiusa e restando a bocca spalancata nel vedere lì fuori tutti i suoi compagni, immobili, che lo stavano fissando, seri in volto. Parevano cani bastonati. L'insegnante lo guardò per un attimo. Gli faceva pena, era così pallido in viso.
Dopodiché estrasse un astuccio di velluto nero, dall'apparenza nuovo.
Lo aprì, traendone una penna. Rinaldo la osservò, ancora fra le mani dell'uomo.
La riconobbe: era la sua penna! Ma... c'era qualche cosa di diverso, al suo apparire.
Allorché la prese fra le dita, la rimirò: il pennino nuovo, del colore dell'oro, scintillava sotto i raggi del sole, facendola sembrare magica!
A quel punto, il maestro si scusò per il grave torto subito, assicurandolo che i suoi compagni se ne fossero pentiti, avendo, oltremodo, imparato una bella lezione di vita.
Dichiarò inoltre che, essendosi rotto il pennino, era stato loro doveroso compito farlo sostituire con un altro, tutto d'oro.
A Rinaldo scesero le lacrime dagli occhi nel riavere tra le mani la sua penna, divenuta
ancora più preziosa di prima, con il suo pennino d'oro, come fosse stata incoronata una regina. Poi li guardò uno ad uno, serio a sua volta.  Infine, sulla sue labbra esangui, comparve un bellissimo sorriso, che rallegrò i cuori dei suoi compagni che batterono le mani, per poi andare ad abbracciarlo. Tornò a scuola tra di loro e nessuno mai più lo canzonò, anzi, lo acclamavano a gran voce per udire le sue poesie e le sue storie, trascritte sopra i quaderni che profumavano il pennino d'oro della sua penna, come ad onorarla, nei quali raccontava i suoi pensieri, narrava dei suoi sogni, imprimeva i propri desideri prima che prendessero il volo, per finire in quel luogo misterioso in un angolo del cielo, nell'attesa che arrivasse il tempo in cui fossero stati in grado di materializzarsi. O che uno spirito folletto, burlante e spiritoso, stranamente lo aiutasse ad esaudirli. O che, meglio ancora, dal suo mondo ovattato e ideale, discendesse una fata munita di bacchetta, che si degnasse di fare una malia per tramutarli nel reale.
Ma se ciò non fosse stato, se quel che era volato via, lassù fosse rimasto per
l'immenso eterno, Rinaldo era sereno, comunque fiero del suo più prezioso tesoro, la sua penna dal pennino d'oro, che guidava la sua mano e non viceversa.
Fu così che divenne un poeta osannato, uno scrittore beneamato, la cui fama andò oltre i confini del proprio paese, nel mondo circostante, realizzando parte dei suoi sogni e dei propri desideri che stavano aspettando, lassù, in quell'angolo del cielo.”
-Nonno... questa è la penna di Rinaldo, allora! Saltò in piedi, sbigottita dall'avere un simile tesoro fra le mani.
-Sì, mia cara, è un gioiello prezioso! Sarà tua, un giorno, tuttavia ne dovrai avere molta, molta cura. Osserva bene la foto incorniciata, appesa a quella parete. Vedi quel signore che sorride? E' il mio bisnonno! Sai indovinare il suo nome?
-E' Rinaldo, nonno!
-Brava tesoro, sapevo che lo avresti subito capito.
-Ma nonno, non avrei potuto sbagliare. Rinaldo ha la penna, nel taschino. Guarda bene, il tappino sta spuntando appena fuori.
-Acciderba... non ci avevo mai fatto caso! E' proprio vero, quella è la sua penna.
Ma guarda, se la portava sempre appresso! Era la sua compagna, da sempre; la sua
ispiratrice. La sua musa di poesia, di storie, di racconti. Di tutto ciò che è fantasia, volando per quel mondo innaturale che ancora esiste, dove tutto prende vita e tutto si può fare.
-Anche tu, nonno, viaggi in quel mondo?
-Sì, anch'io, proprio come Rinaldo. Beh, si è fatto tardi, scendiamo adesso, ci staranno aspettando... Curiosetta mia. Non smettere mai... Curiosare non è male, se fatto per conoscere. Ma esclusivamente per quello... e non per altro!

Adesso, se non erro, vi starete chiedendo chi sono io che vi ho raccontato.
Anche voi siete curiosi come Anna? Sono indecisa a dirvelo... Immagino non ci crediate. Ma sì, dai, voglio proprio che lo sappiate: Ebbene, io... non sono che la protagonista di questa storia! Sono la penna, dal pennino d'oro! Tuttavia... non ditelo a nessuno!
Sarà il nostro segreto futuro!

Motivazione: Una favola dell’Autrice che racchiude  un insegnamento morale. Anna con un nonno saggio che racconta pezzi di vita  e valori che ognuno di noi dovrebbe seguire e che spesso le novelle raccontano.                
Paola Bosca.


 

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