domenica 2 luglio 2017

LA BAMBOLA MECCANICA di MATTEO TONNICCHI



MENZIONE DI MERITO PERSONALIZZATA CON LODE ALLA CREATIVITÀ SEZ. B


Avvolti dal silenzio, gli ingranaggi attendono: stanno per essere messi in moto, di nuovo.
Indietro nel tempo. Era una semplice chiave da carillon, un poco più grande del normale. Messer Kintzing, l'orologiaio, la infilò dentro il pertugio sul piedistallo; Messer Roentgen, l'ebanista, osservava compiaciuto: nella sala reale delle udienze c'era attesa sul volto dei presenti. La chiave cricchiò dolcemente; una, due, tre volte. Data la carica, la bambola meccanica sopra il piedistallo si mosse; essa era seduta a un dulcimer in miniatura. Gli occhi sul viso di porcellana gettarono uno sguardo sui presenti, prima di volgersi allo strumento. Poi, estensione dei piccoli arti avvolti in finissime trine, i martelletti iniziarono a piovere delicatamente sulle corde facendo risuonare nell’aria una melodia. La regina Maria Antonietta e la principessa di Lamballe guardavano a bocca aperta. Erano incredule: il sontuoso vestitino, l'acconciatura elaborata, le movenze precise, lo sguardo sfuggente; illuminata dalla luce del mattino proveniente da un’ampia finestra, la bambola sembrava davvero viva. La sovrana riconobbe le note: erano arrangiate da un’aria dell’ “Orfeo ed Euridice” di Gluck, compositore da lei molto amato. Alla principessa sfuggí una domanda, rivolta all’orologiaio e l’ebanista autori di quell’opera sofisticata: «Cosa sta pensando, mentre suona?». Messer Kintzing sorrise. Fece una pausa, prima di rispondere: «Ha i pensieri di un essere che vive unicamente per la musica». Messer Roentgen, nel sentire quella frase, si emozionò un poco: la regina stava per acquistare la bambola frutto di tanto duro lavoro e quella spiegazione cosí semplice era, tutto sommato, corretta.
Avanti nel tempo. In un appartamento, seduto davanti al suo laptop, un giovane ricercatore leggeva distratto una frase di Talleyrand: "Coloro che non hanno conosciuto l'Ancien Régime non potranno mai sapere cos'era la dolcezza della vita". La citazione apriva una pagina di Wikipedia, raggiunta casualmente durante un ripasso veloce della storia delle dominazioni europee in Medio Oriente: i protettorati inglesi; prima di questi le campagne di Napoleone; prima di Napoleone l’Impero Ottomano e la Rivoluzione Francese. Preso dalle sue elucubrazioni, il ricercatore si rese conto di essersi decisamente allontanato troppo nel tempo. Chiuse Wikipedia, sorseggiò del caffè. Per distrarsi, aprì Facebook:
uno sguardo ad alcune foto di amici e parenti lasciati in Italia; in bacheca un link a un video buffo di un gatto curioso davanti ad una stampante; un messaggio riguardo all’appuntamento con gli amici al quale sarebbe dovuto andare di lì a poco. Guardò l'orologio in basso sul desktop. “Sono in ritardo, ” constatò. Chiuse il browser. Volse lo sguardo dal monitor verso le strade fuori dalla finestra socchiusa nella sua stanza. Era prima sera nel Cairo, la città dove egli stava portando avanti ricerche sulle primavere arabe; fuori ancora si poteva sentire la folla muovere i suoi passi, vociare indistintamente. Da un negozio, in lontananza, l'eco di una canzone locale. Profumo di spezie e carne 
bruciata nell'aria umida. Si alzò dalla scrivania e chiuse la finestra; ripose il computer in un cassetto; mise una felpa leggera. Scrisse un messaggio dal cellulare e uscí; "fermata metro Sadatat, piazza Tahrir" ripassò mentalmente. “La piazza dove l’Egitto pagò a caro prezzo il sogno di un futuro migliore,” pensò attraversando la città. Quel giovane ricercatore aveva i pensieri di un essere vissuto unicamente per il Medio Oriente.
Indietro nel tempo. A tarda sera nella stanza da letto della regina, due piccole sfingi d'oro facevano da alari ai lati del caminetto. Una coppia di gatti d'Angora erano acciambellati di fronte al fuoco acceso; il tremore delle fiamme faceva loro rilucere il pelo bianchissimo. Due colpetti dalla porta intarsiata. «Vostra Maestà, siamo pronti,» mormorò la cameriera. «Avanti,» declamò la regina. Sorrideva, lanciando trepidanti occhiate alla principessa di Lamballe. Le due erano sedute vicine; entrambe portavano sul grembo, addormentato, un altro gatto. Con una mano, le donne passavano le dita affusolate nel morbidissimo pelo; con l'altra mano, portavano alle labbra scintillanti calici di cristallo colmi di vino. Aperta la porta, la cameriera trascinò al centro della stanza un pesante carrello: al di sopra di esso vi era il macchinario con la prodigiosa bambola. Ad un cenno della sovrana, la chiave cricchiò dolcemente; una, due, tre volte. Data la carica, nuovamente la musica iniziò a riempire l'aria e la regina sorrise, di nuovo incantata. La principessa di Lamballe ne vagheggiava il riflesso, sul calice di vino che stringeva tra le mani adorne di gemme. In quel momento, ella aveva i pensieri di un essere che era vissuto unicamente per la sua sovrana. Attirati dal suono, intanto, i gatti al caminetto si erano voltati; avevano iniziato ad agitare le code. Quelli sulle gonne delle nobildonne si erano svegliati; avevano drizzato le orecchie. Altri due gatti, curiosi, stavano emergendo dalle tappezzerie sfarzose del letto, con gli occhi predatori.
Sua Maestà osservava la situazione; non l'aveva prevista. La cameriera le volse uno sguardo interrogativo sul da farsi. «Tutti fermi,» intimò la regina. Uno dei gatti fece un balzo sul piedistallo con la bambola. Annusò l'aria e allungò una zampa verso le braccine in movimento. A uno scatto più imprevedibile di esse, il felino si ritrasse. Le due donne iniziarono a proferire sommessi risolini. «Guarda come la nostra piccola damigella tiene a bada la belva,» scherzava la regina. D'un tratto la bambola fece guizzare un martelletto sul muso del gatto: spaventato, questo cadde dal piedistallo, sibilando per lo spavento. Le due donne risero più forte, continuando a sorseggiare vino. Altri due gatti saltarono sul carrello, circondando la bambola; questa continuava a suonare imperterrita, le donne a ridere. Ancora altri due gatti andarono ad affollare il piedistallo. Di colpo, una violenta zampata colpí la testa della bambola, decapitandola. Ci fu un momento di silenzio. La cameriera portò le mani alla bocca. La regina e la dama di compagnia
 ammutolirono di fronte al macabro spettacolo: la bambola, seppur ora senza testa, continuava a suonare. La regina si alzò d'impulso facendo rovesciare il suo calice in terra. La principessa di Lamballe si alzò a seguito. «Fatela smettere. Che orrore,» ordinava trafelata la regina, mentre la cameriera cercava di capire come obbedire, tentando di trattenere invano la chiave da carillon che continuava a girare. «Che orrore. Fatela smettere, ho detto» incalzò la regina, mentre tirava i gatti via dal macchinario.
Avanti nel tempo. Il responsabile delle metropolitane del Cairo guardava una registrazione nello schermo del circuito di sorveglianza. «Manda avanti veloce,» diceva al suo sottoposto. «Ecco, qui. Fermo, fermo,» comandava poi. Nell’immagine, tre uomini si avvicinavano al giovane ricercatore; un breve scambio di parole; poi sei braccia tirarono via il ragazzo; il gruppo sparì nella folla. «Quello che succede qui cancellalo,» ordinò l'ufficiale. Il sottoposto obbedì, senza nascondere un certo timore. Si azzardò a chiedere: «Ma questo ragazzo chi è?». Il responsabile della sorveglianza rispose seccamente: «Uno che ha fatto troppe domande. Noi faremmo meglio a non fare lo stesso». Quel giorno, nel Cairo ricorrevano esattamente cinque anni dalla prima grande rivolta in piazza Tahrir. Stordito, circondato da presenze, nello stanzino buio dove era stato portato il ricercatore non distingueva gli uomini che ora lo interrogavano. «Ammetti di essere una spia. È l'ultima possibilità,» intimava una voce nell'oscurità.
«Non sarebbe vero,» rispondeva il ricercatore in lacrime; nella mente scorrevano i ricordi: le lezioni di lingua araba, la presentazione della tesi, le discussioni con professori e luminari, gli addii agli affetti e i compagni di studi lasciati in Italia.
Indietro nel tempo. La rivoluzione francese culminava nel regime del terrore e i massacri di settembre. Stordita, circondata dalla folla, nella piazza dove era stata portata la principessa di Lamballe non distingueva gli uomini che ora la interrogavano. «Ammetti di odiare il Re, la Regina e la monarchia. È l'ultima possibilità,» intimava una voce tra i rivoluzionari. «Non sarebbe vero,» rispondeva la principessa di Lamballe in lacrime. Nella mente scorrevano i ricordi: le lezioni di portamento, la sua introduzione a corte, le conversazioni con artisti e filosofi, l’addio alla regina quand’ella tentò la fuga.
Indietro, avanti nel tempo. “Non posso mentire,” pensavano. “Non posso mentire,” si ripetevano. Indietro, avanti nel tempo. Mani li afferrarono. Non avevano mai subito una stretta cosí forte, cosí inelluttabile. Arrivarono pugni e calci. Una, due, tre, innumerevoli volte. Non erano mai stati percossi a quel modo; non avevano mai provato un dolore del genere; mai il loro corpo si era trovato ad assorbire una tale violenza. Indietro nel tempo, lontano da salotti sfarzosi; avanti nel tempo, lontano da aule universitarie. Si ritrovarono presto storditi dalla sofferenza; poi essa raggiunse una soglia tale da non potersi più definire sopportabile o insopportabile. "È questo che si può provare," la sardonica riflessione dentro di sé, mentre la mente cercava disperatamente di alienarsi. Gli aggressori capivano di aver straniato le loro vittime. Si fermavano; riprendevano. I torturati tornavano lucidi; poi di nuovo strazi atroci.
Indietro nel tempo, gonne di seta strappate; mani callose a trattenere divaricate le morbide e bianche gambe. Avanti nel tempo, una felpa tagliata con un coltello; tizzoni roventi a bruciare la carne della schiena nell'aria umida. Indietro nel tempo, avanti nel tempo. "Questo può davvero accadere, a me?" "Questo può davvero accadere, cosí facilmente?" "Quello che vedo sotto i miei occhi, cosí fragile, cosí violabile, sono proprio io?"
La paura di perdere un rassicurante e atavico monarca assoluto, la speranza di ottenere un incerto e inedito stato di diritto: vagheggiamenti spazzati via dalla brutale efferatezza. Privati di ogni sentimento, anche il più radicato, ai torturati rimaneva soltanto desolazione a penetrare i recessi più profondi dell’anima. Vuoto, come tra freddi, sofisticati, minuziosi ingranaggi in movimento. "Fateli smettere. Che orrore," sentivano addosso le spranghe, dentro il corpo le ossa fratturarsi. "Che orrore. Fateli smettere, ho detto," sentivano la pelle tagliata da lame, poi il vuoto lasciato da membra asportate. Erano bellissime bambole meccaniche. Rotte, continuavano a muoversi; aspettavano impazienti che la loro chiave da carillon smettesse di girare.
Aspettavano che Orfeo si voltasse di nuovo, come all’inizio del tempo, e prima del tempo, e dopo ogni tempo. “Che farò senza Euridice?”. La domanda si sarebbe levata in canto di nuovo, come all’inizio del tempo, e prima del tempo, e dopo ogni tempo.
Soltanto coloro che non hanno conosciuto quella ferocia e che non potranno mai sapere cos'era l'orrore della loro morte avrebbero ascoltato. Senza rispondere. Avvolti dal silenzio, gli ingranaggi attendono: stanno per essere messi in moto, di nuovo.

Motivazione: Un Autore che ha il potere in un solo racconto di muovere egregiamente i fili di vari personaggi. Una mente creativa e fantasiosa che sa “dipingere” storie e sentimenti. Una spennellata di vere emozioni.
Paola Bosca.

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