domenica 2 luglio 2017

INNOCENZA VIOLATA di UGO SPINELLA

MENZIONE DI MERITO PERSONALIZZATA CON LODE ALLA CREATIVITÀ SEZ. B


Sono le ore 04,00 del mattino, lo stesso orario,nella mia mente unapena incessante; ho la pelle accapponata, sento d’aver paura. Contorta sul mio letto in attesa di un nuovo trillo, come quello di quel maledetto giorno.Leggo e rileggo, senza alcuna omissione i miei segreti, e i miei pensieri gelosamente custoditi nel mio diario che si è macchiatodal rosso inchiostro, lo stesso colore del sangue che gorgheggia ancora da quella ferita mai guarita.  Lui è’ una fonte di informazioni,gli occhi come di consueto ricadono sempre lì a quelle pagine strazianti. Lì dove si assapora ancora l’amaro della vita.Sento le stremate cicale appisolate su nudi rami, che fanno compagnia a cupi pennuti,stanchi della sfrenata caccia notturnaradunati tutti in concerto su vecchie e arrugginite grondaie per godere del meritato riposo. Solitario un fievole bagliore che in attesa del nuovo giorno baratta il lungo intervallo con l’oscurità che stenta a lasciare spazio. Da Nord/Est con l’inverno ormai alle porte, nel mediterraneo in corrispondenza della Grecia, proveniente dall’isola di Zante punto di riferimento della rosa dei venti;lo stolto e minaccioso grecale soffia il suo rancore contro qualche isolata barca di pescatori che lentamente guadagna il rientro per la faticosa ma gioiosa pesca.Quella mattina, lo stesso grecalesoffiava ancor più, tanto da impallidirela pacata alba che in silenzio faceva il suo ingresso;quando improvvisamente il ronzio del citofono rumoreggiò senza rispetto alcuno.Sconcertata da tanta insolenza, decisa scivolai a piedi nudi fuori dalle calde coperte per rispondere a quell’invadenza mattutina, sollevai la cornetta del citofono e una voce fredda rimbombò nella fredda mattina: “Carabinieri!”. Qualche secondo di esitazione per realizzare e come un automa aprì quel maledetto portone di quella spregiudicata alba del dicembre 2006, dando origine all’ignobile sorte d’invadere la nostra casa. Tre,erano i Carabinieri che si presentarono alla mia porta, due giovani e un anziano. Tutti con cadenza nordica, impeccabili nella loro scura uniforme compiuta dal rigido berretto, non accettarono nulla neanche un genuino sorriso. L’anziano carabiniere con distacco ed educazione ci spiegò il motivo della loro presenza e consegnò delle carte a mio marito che nel frattempo avevo svegliato con molta difficoltà giacché ha il sonno pesante, (non lo sveglierebbero neanche le cannonate). Su quelle carte al centro c’era il timbro del Tribunale, <Procura della Repubblica di Roma> e, poco più in basso sul lato sinistro scritto Procedimento penale n.000000 a carico del signor Lamaforca Emanuele, “mio marito”. <Operazione Sanità> così era stata denominata dal Magistrato -De Soldo-, il quale coordinava e conduceva le indagini. Il maresciallo inoltre ci informò che durante la perquisizione potevamo farci assistere da un legale di nostra fiducia sempre che fosse arrivato nel più breve tempo possibile e prima della stessa. Naturalmente questo era impensabile perché mai la nostra famiglia era statacoinvolta in faccende illegali, tutto questo ci sembrava assurdo. Proseguirono secondo regolamento e mio marito infine consegnò tutta la documentazione richiestaci dai carabinieri, soprattutto quella con la prescrizione “Terapia Ossigeno”. Mentre i sottoposti, procedevano alla perquisizione, i miei occhi s’incrociarono molte volte con quelli di mio marito in cerca di certezze e verità. Esitavamo. Ancora incredula mi sostenni a una sedia scivolando su di essa come camicia da seta, intontita abbassai la testa per la vergogna, non sapevo cosa fare, dire, pensare. Ero in balia di non so quale diavoleria,preda del male che continuava a prendersi gioco di noi. Nella mia casa si diffuse uno strano odoredi zolfosembrava di essere ad una cerimonia funebre. Eravamo come in un incantesimo, dove alla fine è il male ad avere la meglio. Una valanga di sudicio letame era stata catapultata nella nostra vita, ignari della parola delinquere. Nelle nostre cervella solo ombre di oscuri dubbi. Vedere degli estranei invadere l’intimità, della nostra vita, e della casa, era qualcosa di assurdo e surreale. Qualche ora di estenuante agonia i carabinieri terminarono la devastante e stonata opera, ci indicarono, dove apporre le firme e sequestrarono le richieste mediche con prescritto “ossigeno”. Poi, con il tatto di un grosso avvoltoio che fluttua su di un cadavere putrefatto, ordinarono a mio marito di vestirsi poiché era in stato di arresto e doveva essere tradotto in caserma per i restanti atti di Polizia Giudiziaria. Lui mi guardava smarrito, io non sapevo cosa fare, pianse come un monello scoperto per una birbanteria. Mi chiese di aiutarlo. In quel momento se un pugnale mi avesse trafitto, non avrei sentito alcun dolore e soprattutto nonsarebbe uscita neanche una goccia di sangue. Non sapevo come fare, con gli occhi in lacrime implorai al più anziano e, al superiore di poterlo accompagnare visto i gravi problemi di salute in cui versava mio marito. L’alba insolentemente in scena, assumeva un colore violaceo, quasi a rallegrarsi di quanto aveva programmato. Si udirono solo dei timidi uccellini notturni che per noi cantavano in coro sperando di animare gli umori. Svigorita, non ero in grado di accettare nulla, la mia vita stava subendo una deviazione occulta: mi sentivo come uno squalo ferito. Sentivo mancarmi, soprattutto quando emergeva il dubbio sulla malattia di mio marito. Dio mio! Come può un uomo come lui essere accusato di truffa al sistema sanitario nazionale in complotto poi con il medico dell’A.S.L.? Lui che soffre dalla nascita di una grave malattia ai bronchi, ai polmoni “bronchite cronica bollosa con enfisema”, costretto a curarla per tutta la vita con controlli obbligatori annui, la scelta?  Non curarsi per morire, una sorta di suicidio lento e cosciente. Molte sono state le vittime per questa dolorosa malattia. Il maresciallo dopo aver dato disposizioni ai sottoposti concesse a mio marito di seguirli con la propria auto permettendo che io lo accompagnassi. Prima di lasciare l’abitazione mi guardai intorno, osservai le calde pareti del nostro nido d’amore dipinto con gusto e armonia. Come al solito, di rito, un veloce segno della croce e un’innocente preghiera al nostro Signore, frettolosamente presi le chiavi e delle gocce di valeriana per placare l’ira e, via. Pensai alle sofferenze passate e soprattutto a quell’imbecille di magistrato che non ha creduto neppure alla mia inabilità al lavoro riconosciuta dall’ospedale militare, invalida al 100% con la diagnosi di “Sclerosi Multipla”. Per questo vorrei interpellare uomini e donne che hanno eseguito gli ordini per indagini senza senso, svolte con i piedi e non con la testa. Durante il tragitto seduta al suo fianco, gli strinsi la mano indicandogli situazioni di pericolo che si presentavano al momento, stop, incroci e quanto altro. Per strada solo qualche cane randagio che incuriosito ci osservava sbigottito.  Seguivamo l’auto dei Carabinieri. Ricordo i flash dei lampeggianti della gazzella, quelli posti sul tettuccio dell’auto, appariva come la luce di un faro in lontananza che guida navi e piccole imbarcazioni al sicuro, ma a noi quei lampi guidavano diritti all’inferno. La nostra meta? La caserma dei carabinieri, distante cinque chilometri, paragonabili a cinquecento interminabili Miglia. Giunti poco dopo, valicammo un grosso cancello di ferro battuto. L’edificio risaliva di sicuro al periodo subito dopo la grande guerra. Le mura erano larghe almeno quarantacinque centimetri e i bordi delle finestre contornate da ampie crepe gremite da muffa lì plasmatasi per colpa della totale trascuratezza accumulata negli anni. Considerai che il palazzo potesse crollare da un momento all’altro, ma altri pensieri ben più importanti presero il sopravvento nel mio cervello, assumendo la priorità assoluta della scena. Prima di varcare la porta dell’ufficio dove altri carabinieri ci attendevano, notai in penombra in fondo al corridoio altre persone in attesa del loro turno. Ben visibili erano le loro piaghe e grinze del volto, nonostante la scarsa profondità della luce. Cose da pazzi, immischiati in faccende che non sapevamo che esistessero; incredibile ma vero, come quando ti cade qualcosa in testa nonostante tu faccia di tutto per evitarlo. Proprio così. Entrai io per prima, giusto il tempo di firmare alcuni verbali. Nel frattempo un carabiniere vestito da borghese accompagnò la mia dolce metà a fare la foto segnaletica e le impronte digitali, tutto questo era assurdo, gente onesta coinvolta in mascalzonate altrui. I miei pensieri ricadevano sempre a lui. Conoscendolo bene, pensavo a quanto stava soffrendo lui era la preda del male. In auto già aveva espresso il desiderio di farla finita.  In seguito mi fecero spostare in un’oscura sala d’aspetto dove da una piccola finestra, rinforzata da grosse e arrugginite sbarre, potevo osservare il cortile interno, che fiero mostrava la sua sporcizia accatastata negli anni. Sulle mura della caserma l’edera spuntava fresca e sottile. Ammassate da una parte, c’erano vecchie macchine per scrivere contornate ognuna dal proprio nastro ormai privo d’inchiostro che era fuoriuscito dalla bobina. Poco più avanti, a ridosso di una piccola porta d’accesso, vi erano ammucchiate scrivanie in disuso, perché rotte o fuori moda.Delusa dal totale abbandono esterno, mi concentrai nella stanza. Notai subito che al centro del soffitto una sola lampadina collegata a uno spoglio filo di rame rosso chesi impegnava a sprigionare luce fredda e inospitale. Le pareti forse quelle erano l’unica cosa pulita, imbiancate da poco con la calce. Si sa la calce bianca serve soprattuttoad allontanare vari tipi di animali, specialmente quelli che strisciano. Il tempo in quella gelida stanza non passava mai, mi sembrava di essere lì da giorni. Terminarono dopo circa quattro ore e prima di andar via il sott’ufficiale informò mio marito che lui era agli arresti domiciliari e che per nessun motivo doveva lasciare l’abitazione altrimenti, sarebbe incappato nel reato di fuga. Fummo riaccompagnati presso la nostra dimora e una volta all’interno il carabiniere più giovane ci ricordò quanto detto dal maresciallo. Da quel fatidico giorno lui –mio marito- non si è più ripreso non sopportaval’ingiustizia di quell’accusa, gli arresti domiciliari, non sopportava di non essere più padrone delle sue azioni e dei suoi pensieri. I giorni seguenti la stampa diffuse la notizia, il nome di mio marito ruotava come un bumerang impazzito ovunque era presente la sua foto. Preserola nostra materia e senza alcun rispetto fecero man basso della nostra vita. La più crudele fu una giornalista, l’inviata di una redazione locale: si scagliò su di noi come lo fa una iena su di una preda. Telefonai in redazione. Ricordo che quel giorno stringevo con rabbia il giornale nella mano sinistra, parlai al direttore dell’agenzia lo pregai di farla finita e di ritirare l’infame notizia, ma lui con tono distaccato e infastidito rispose che non poteva fare diversamente perché quella era una notizia da prima pagina e che avrebbe pubblicato sul quotidiano l’evolversi del processo. Sconvolta da quelle parole e da tanto cinismo, lentamente abbassai la cornetta del telefono augurandogli a voce rauca ogni bene di questo mondo e la sorte di non trovarsi mai impantanato in situazioni del genere. Afflitta ancor di più mi ritirai nel bagno, piansi in silenzio facendo attenzione a non essere sentita da mio marito. Le lacrime fuoriuscivano impazzite per precipitare sulla carta catramata del giornale, espandendosi come olio, rendendo illeggibile l’articolo, ma poco importava. Ormai lo avevo imparato a memoria: (-Operazione dei Nas-, quindici arresti e trentuno indagati. Sono finiti in manette: medici, avvocati, dipendenti dell’azienda sanitaria, dirigenti di una società farmaceutica e cittadini che usufruivano di prestazioni non dovute). Nelle pagine interne e evidenziate a dovere, dovrà rispondere a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla truffa aggravata in danno dello Stato, di concussione e corruzione e di falso materiale e ideologico in atti pubblici.  “Migliaia le false perizie e certificazioni sanitarie, fatte a persone per conseguire pensioni d’invalidità civile e indennità di accompagnamento senza averne diritto. La truffa ai danni dello stato si quantifica in almeno un milione di euro. Quest’organizzazione, coordinata da un legale e da un medico pneumologo, provvedeva alla fornitura e alla distribuzione diretta di ossigeno passando i normali canali. Specificarono bene come quei delinquenti mettevano in pratica la truffa organizzata per l’atto criminale. Inoltre l’articolo continuava “a volte quest’ossigeno non era necessario alla cura delle malattie”. Rinchiusi in carcere il medico pneumologo, l’avvocato, il tecnico radiologo, l’infermiera, la procacciatrice d’affari e il dirigente della ditta dell’ossigeno. “Arresti domiciliari per il dirigente della ditta, per il medico psichiatria, per l’oculista, per l’otorino, per l’insegnante e per alcuni pensionati”. Si tra questi pensionati c’era mio marito. Tre settimane d’inferno, la nostra vita davvero aveva subito un cambiamento radicale non sapevamo come difenderci da quell’accusa assurda. Sono state settimane atroci, violente per noi due ma soprattutto per lui.  In noi un incubo continuo. Non ho potuto in nessun modo lasciarlo solo, ormai avevo ben capito le sue intenzioni, davvero voleva farla finita,farsi del male e questo non potevo permetterglielo. Quando restammo soli, pensavamo a cosa fare. Allora decisi d’interpellare mia sorella e, grazie a lei ci mettemmo in contatto con un avvocato penalista incaricandolo di difenderci da quella tremenda accusa. Eleggemmo Il nostro domicilio presso il suo ufficio per le comunicazioni di legge. Combattemmo da subito per far decadere almeno gli arresti domiciliari, costatato il veloce aggravarsi della malattia di mio marito. Fortunatamente l’avvocato dimostrò al Giudice che lui non poteva assolutamente inquinare prove o altro, quindi dopo tre settimane di lotta decretò la fine degli arresti domiciliari. Questo purtroppo ha leso anche la nostra condizione economica, facendo evaporare da subito più di undicimila euro, in sostanza il frutto dei nostri risparmi. Si sanno le parcelle degli avvocati sono salate. A volte t’illudono di risparmiare non rilasciandoti fattura o scrivendo sulla stessa un importo minore di quello versato come compenso dovuto, ma poco importa se fosse solo questo; alla spartizione dei nostri beni si sono presentati altri sciacalli. Il perito e il medico legale di parte, anche loro hanno voluto e ottenuto una grossa fetta del nostro denaro. Socialmente distrutti, siamo entrati in un labirinto di soli specchi, dove mai o solo raramente i più fortunati trovano l’uscita. Siamo stati avvicinati da varie agenzie finanziarie, le quali, non so come abbiano fatto, ci hanno contattato per offrirci dei prestiti convenienti, risultati poi tutti a tasso elevato. Ebbene nell’arco di tre anni, ultimati i risparmi, abbiamo dovuto cedere a malincuore prendendo altri due prestiti di oltre cinquemilaeuro l’uno. Oggi esauriti anche quei soldi, ci apprestiamo a chiedere un altro prestito per completezza della disfatta. Abbiamo dovuto porgere su un piatto d’argento la nostra graziosa casa come garanzia. Nel mio cervello accennai a sogni e progetti sempre lì pronti a rilanciare le nostre giovani anime, abituati a pensare ad alta voce; felici disegnavamo il nostro futuro per stabilirne le mete, e i traguardi. Uno sembrava essersi realizzato ed era quello della giusta pensione maturata purtroppo a seguito di gravi malattie.  Tutto, proprio tutto, cadeva come un castello di sabbia: progetti e impegni importanti svanivano al vento. Lo abbracciai forte. Io lo conosco bene, mio marito non farebbe del male neanche a una mosca. In chiara difficoltà esistenziale incominciò a balbettare. Io lo incoraggiavo sempre; ogni giorno, con la confusa speranza che tutto questo fosse solo un brutto sogno anche per me. La realtà era lì davanti a noi. Ormai nel silenzio delle nostre mura riuscivamo ad ascoltare solo note musicali fredde e stonate, un vero concerto organizzato per noi da belzebù. Molti i processi, i dibattiti: in questi tre anni è sempre la stessa storia, solo domande ingannevoli e artificiose.  Proprio come succedeva nel XIII sec. quando a seguito della riscoperta del diritto romano, fu reintrodotta la tortura nella giustizia civile per poi passare alla giurisdizione ecclesiastica.Innocenzo IV autorizzò l’uso di metodi limitativi per ottenere la confessione tra cui il prolungamento della prigionia.La privazione degli alimenti e, in ultima proposta, la tortura; facendo attenzione a non far correre il rischio alla vittima, né della mutilazione né della morte.Prima di usare la tortura l'inquisitore doveva chiedere l'approvazione del vescovo locale, la confessione ottenuta con la tortura o in <cospectu tormentorum (alla vista degli strumenti di tortura)> non era valida a fini processuali, ma doveva essere ripetuta <spontenon vi, (spontaneamente) > non con la violenza. In sostanza in forma moderna quello che sta accadendo a noi, oggi immutabilmente il metodo per il fine non è la violenza fisica ma quella mentale. Tante altre persone in episodi diversi sono state colpite dall’infame destino, molti di essi hanno già subito e, in qualche caso continuano a subire, l’atroce beffa dei depistaggi di falsi testimoni eindagini deviate. Loro non credono alle nostre rimostranze, alla nostra innocenza, pretendendo verità nascoste, che noi non conosciamo, siamo vittime di un meccanismo vizioso.  Io singolarmente vigorosa davanti alla legge, e a Dio ho sempre sostenuto e difeso la nostra innocenza, ma alla fine questa era solo la parte fisica. Di fronte a ciò non rimane che una strada: lottare per la verità.  Io che ero la più forte, e la più scaltra, mi ritrovai avvolta in una nube irrefrenabile dove un unico pensiero giorno e notte mi perseguitava. Quel giorno ricordo ero in casa, una tramontana diversa sottile ma vigorosa deformava tutto ciò che gli capitava a tiro. Varcai la porta della mia abitazione e salii sempre più in alto, le scale di marmo di Carrara sembravano gli ornamenti del monte Olimpo, dove niente era lasciato al caso. Giuntain terrazzo al cospetto della fredda e arrugginita porta, impietosa la flessi verso la libertà. Una luce densa mi abbagliò di proposito, i miei occhi si posarono verso la meta finale, tutto sembrava in miniatura. Determinata, mi arrampicai sul parapetto, aspettai il calore di una mano, di una voce, di qualcosa o qualcuno che m’impedisse il folle gesto, ma ero sola, io e il vuoto. L’orologio ormai perse la cognizione del tempo, nessuno si presentò al mio cospetto. Nel frattempo gli uccellini dei giorni passati, come un’arpa in concerto, cinguettarono le melodie del paradiso per accompagnarmi serena al punto decisivo.  Determinata mi lanciai nel vuoto e con gli occhi al cielo chiesi perdono al signore per quel folle gesto che stavo compiendo. Discendevo come una piuma, così lentamente che la mia anima si staccò dal mio corpo ancor prima di ruzzolare per terra. E’ uno spettacolo unico vedere il proprio corpo cadere sempre più giù in cerca di qualcosa d’irreale e di conclusivo. Poco dopo l’ho visto adagiarsi sull’asfalto inerme e privo di vita -. Poco dopo la mia anima eradavanti a un sentiero lungo e tortuoso. La nebbia mi impediva di vedere la strada, andai avantisenza curarmi di ciò che avevo lasciato alle spalle, dopo aver percorso molta strada, mi ritrovai dinanzi ad una parete rocciosa che mostrava la gola di tre caverne, distinte e separate. Andai ancora avanti per alcune centinaia di metri imboccando quella che secondo me era la più sicura, la più affascinante. Emanava una luce diversa dal normale, mi attraeva più all’interno. Non mi fermai fino a che non superai la prima curva; quando mi voltai notai che la splendida luce pian piano diminuiva lasciando solo un insignificante filo lucente.Un tremolio percorse la mia anima, provai a tornare indietro ma una barriera invisibile m’impediva di farlo, fui costretta a proseguire. Ad alta voce in un’unica preghiera invocai Dio, La Madonna e tutti i santi, sapevo di non meritavo questo. Stavo perdendo tutto in pochi minuti. Mi ritrovai risucchiata negli inferi più bui, gridavo come gli altri, gridavo a più non posso, non volevo scendere, non lo volevo.  Ai lati della caverna vidi tante altre piccole grotte poste come tanti alveari e all’interno persone: giovani, vecchi, uomini, donne e bambini che piangevano, che si lamentavano. Riprovai a tornare indietro, ma questo mi fu impedito da una forza di gravità superiore. Dal fondo più nascosto provenivano urla strazianti da far rizzare la pelle, rimasi molto tempo in quel posto in attesa di non so cosa. Avevo paura, man mano l’oscurità aveva guadagnato spazio. Testarda ho riprovato a tornare indietro ma le gambe erano paralizzate. Capii che il male mi aveva teso una trappola. Proseguii ancora fino ad arrivare a ridosso di uno strapiombo dove era chiaro che finiva la caverna e prima del grande crollo la debole luce che ancora restava nel mio spirito infastidì quei demoni. Quei terrificanti esseri immondi che abitavano là, mi coprirono, si attaccarono a me come delle sanguisughe cercavano di farmi perdere la visuale dell’unico spiraglio di luce che i miei occhi e il mio cuore ancora vedevano.  Attaccati al mio corpo, bruciavano come ferri infuocati, mi dominavano, erano viscidi e schifosi. Mi dimenavo, lottavo e nello stesso tempo a voce alta con tutta me stessa imprecavo Dio.  Poi quando potei muovere gli arti inferiori con energia, scalpitai come un mulo rimandandone qualcuno in quei buchi neri senza fondo, era una lotta impari. Urlai di nuovo invocando il Paradiso, il Signore e i Santi. Quando ormai ero rassegnata e sottomessa, mi preparai per essere inghiottita anch’io dal buio pesto. Dal silenzio udii una voce dolce, così dolce e bella che riempì tutto di pace e d’amore facendo sussultare la mia anima. La udirono anche quelle orribili creature che mi stavano, appiccicate e che nel frattempo avevano vinto sul mio corpo. Nonostante l’orgoglio di satana i seguaci all’udirla si buttarono in ginocchio, prostrandosi subito in adorazione e chiedendo licenza di ritirarsi. Distrutta e stanca mi arresi chiedendo giustizia a Dio, pronta a tutto sentì che la spietata stretta dei demoni cessò di colpo e vicino al mio corpo si aprì una voragine, verso la quale essi fuggirono impauriti. La sottile luce, che nel frattempo non avevo mai perso di vista, divenne più brillante e densa. Nonostante fossi ferita e malandata, mi aggrappai alla parete del tunnel e pian piano tornai indietro, raggiunsi il punto di partenza. Finalmente avevo lasciato il tunnel dell’inferno. Una volta fuori, rividi per terra ancora una volta il mio corpo inerme, vidi i miei cari, mio marito che mi teneva il capo e le mani.Piangeva invocando la mia anima. Proseguii il cammino per imboccare un altro tunnel con la speranza di non sbagliare. Ancora terrorizzata m’affacciai con timidezza alla seconda caverna che era chiaramente in stato d’abbandono, dalle viscide pareti superiori apparivano fieri, folti cespugli di edera che ostruivano l’entrata.  Con coraggio e molta difficoltà percorsi la stradina tra rami secchi e foglie ingiallite, lì ero decisa, cercavo la pace per la mia anima. Superato l’ostacolo principale, mi ritrovai all’interno della caverna che era totalmente al buio, allora chiusi gli occhi avanzai con timore. Usai le mani come mezzo di contatto, continuai strisciando sulle pareti per almeno 200 /300 metri. Molte volte inciampai a non so cosa, la mia mente rifiutava e non osava saperlo. Stanca decisi di riaprire gli occhi ebbene non credevo a ciò che vedevo. Il tunnel pian piano divenne bianco, una luce intensa, meravigliosa, mi diede subito gioia, pace e felicità. I miei occhi si posarono sul fondo del tunnel, dove una luce splendeva brillante ed era impossibile identificarne il colore era diverso da quello sulla terra. Allora ancor più decisa mi portai alla fine e con grande meraviglia vidi qualcosa di molto bello. Non credevo ai miei occhi erano lì presenti tutte le persone della mia vita. Quasi mi resi conto di non avere più il corpo, riuscivo a vedere le persone per quello che veramente erano, vedevo i loro pensieri e i loro sentimenti, per me non avevano segreti. Avanzi ancora, ero piena di pace e felicità, salivo sempre più su, dove scoprivo cose più belle che mai. Infatti, verso il fondo avvistai un lago stupendo, alberi meravigliosi, fiori di tutti i colori e profumi deliziosi, diversi da quelli della terra. Tutto era talmente bello e meraviglioso in quel giardino che non c’erano parole per descriverli. Sentii ancora la voce di mio marito che gridava con animo profondo il mio nome, chiedendomi di non lasciarlo solo, mi supplicava di ritornare accanto a lui e di aiutarlo, le lacrime scendevano chiare e sincere, accompagnavano il dolore e su quelle lacrime il Signore mi concesse, senza che io potessi rifiutare il ritorno sulla terra. Io non volevo ritornare, non desideravo lasciare quella pace, quella gioia di cui ero circondata, ma pian piano mi accorsi che la mia anima ridiscendeva verso il mio corpo senza vita. Una volta completata la fase di discesa, aprii gli occhi. Mio marito era ancora lì, accasciato su di me. Non credeva ai suoi occhi, con grande devozione ad alta voce ringraziò il nostro unico e grande Dio. Guarii in fretta, ritornai a essere quella di prima, solidale e forte più che mai, la donna energica che lui conosceva, ora più che mai al suo fianco per combattere l’ingiustizia subita, alla ricerca della verità. So che è una sfidae noi abbiamo deciso di accettarla, costi quel che costi. Pagheremo un prezzo? Lo faremo se sarà necessario. Riconquisteremo la nostra innocenza violata da un solo schiocco delle dita. Caro diario te che conosci il percorso della mia vita e custodisci i miei segreti falli dimorare nelle pagine senza alcuna paura, sazia di quanto letto, ti ripongo con discrezione e riservatezza in un posto solo a noi conosciuto, “il fondo di quel vecchio dizionario”, dove con la precisione di un chirurgo e l’impavido cuore ho saputo modellare la culla del tuo riposo.Domani, vorrei poter scrivere una nuova pagina e lo vorrei fare con una penna dai colori dell’arcobaleno.

Motivazione: Un racconto in cui il protagonista ha il dono, ricevuto da Dio stesso e dagli angeli attraverso l’esperienza di limbo premorte mentre era ancora bambino, di trasformare ogni occasione fortuita  in denaro. Questo denaro lo farà vivere bene ma, soprattutto, gli insegnerà a fare del bene. Il finale aperto lascia al lettore la scelta tra sogno e realtà, con un occhiolino privilegiato alla possibilità del credere.
Bruna Cicala


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