martedì 2 maggio 2017

ACERBO FIORE di IRIS VIGNOLA


Testimone il suo dolore,
rigettava la sua colpa d'esser sposa,
tra spasmi trafiggenti il basso ventre;
il carnefice usurpava il suo respiro,
sulla lingua il sapor acre del sangue,
dissoluti i morsi sull'innocenti labbra.
L'immacolata pelle tremava di terrore,
la carne sussultava, mentr'egli la scuoteva,
seppure fosse amorfa.
Cogliendo il virginale, acerbo fiore,
carpiva la sua essenza,
mietendo il suo candore.
Tra zuccherine labbra,
suggeva il succo immondo
di ciò ch'era tutt'altro che piacere;
tra le sue gambe insanguinate,
aborriva l'apogeo della lussuria.
Nei suoi desii, tra i limiti d'infanzia e adolescenza,
incauta speranza
esser circondata da braccia respiranti vita.
Sogni perduti e infranti di bambina,
in cui s'ergeva un Principe,
dal viso implume e bello,
che le donasse un bacio a labbra chiuse,
pur scatenando il fuoco dentro
d'amore sconosciuto,
platonico virgulto appena nato,
sottratto a tal destino infausto
e barattato con gretto sesso
d'un infame ch'ha ripudiato il diritto
al suo innato libero arbitrio.
02-05-2017

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