mercoledì 29 marzo 2017

MA SE GHE PENSO (storie di emigranti) di BRUNA CICALA


C’era una volta, in un luogo e in un tempo che fu, un piccolo paese tutto bianco.
Mi direte. . . bianche le case? No, non solo, era proprio tutto bianco: i tetti, le finestre, le porte, il mare, il cielo, le montagne, le persone. Tutto sembrava aleggiare sopra montagne di panna e batuffoli di cotone.
Quando le persone s’incontravano, strabuzzavano gli occhi bianchi per riconoscere chi tendeva loro la mano per il saluto, molto spesso le mani scivolavano a destra o a sinistra della presa, stringendo il bianco tutt’intorno.
In cielo volavano grandi uccelli bianchi che s’indovinavano solo per il grido che emettevano, quando planavano, sollevavano grandi folate di vento che spaventavano i malcapitati che si trovavano sul percorso.
Il mare s’indovinava dal canto: se era suono di risacca, le acque erano calme, se urlavano, gli scogli e gli spruzzi arrivavano a terra, il mare era agitato e nessuno si avvicinava troppo. Rimaneva un mistero sul come i grossi velieri non entrassero mai in collisione tra di loro e sulla scogliera. I delfini e gli albatri si conoscevano come memoria storica, nessuno aveva mai visto come fossero fatti.
Le montagne, le pinete, il sottobosco, nascondevano i loro segreti più profondi nell’anonimato più assoluto.
Che brutta vita direte voi ma non era del tutto così, pur se la situazione potrebbe apparire strana, per gli abitanti del Biancopaese tutto era normalità.
In questo paese viveva Whity, un ragazzino vivace e particolarmente curioso: ogni spiffero d’aria, ogni suono, ogni incontro, rappresentava l’avventura che sentiva scorrere nelle sue vene. Come sapeva di avere le vene? Le sentiva, sentiva impetuoso lo scorrere del sangue che faceva battere il polso e il cuore.
Whity, a modo suo era bello, due punti leggermente sfolgoranti facevano sembrare il suo sguardo come un vago ricordo di raggio di sole che le memorie dei Biancopaesani avevano perduto nel tempo. I capelli erano lunghi e soffici, chi gli passava accanto in un momento di vento avvertiva il tocco di una morbidezza assoluta e profumata. Ma quello che più lo distingueva era il suo fischio melodioso, una cascatella di note e trilli che gareggiava con il canto degli uccelli e le voci delle ragazze al fiume, intente a lavare immerse in un mare di schiuma, naturalmente tutta bianca.
“Buona giornata Whity !” era la frase ricorrente. “Bellissima giornata!” rispondeva il ragazzino e subito le note di Ma se ghe pensu si modulavano tra le sue labbra, dolci e nostalgiche come le parole che accompagnavano la canzone che lui però non cantava mai:
Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
veddo i mæ monti, a ciassa da Nonçiâ,
riveddo o Righi e me s'astrenze o cheu,
veddo a lanterna, a cava, lazù o Meu...

Non lo ricordava nessuno ma era il ritornello di una vecchissima canzone di emigranti che avevano solcato il mare per andare a cercare fortuna altrove e desideravano tornare a morire nel loro amato paese.
Tutti i giorni Whity raggiungeva il suo amico più caro: di lui conosceva l’odore forte di salmastro e la voce arrochita dall’umidità, sapeva dai suoi racconti che aveva vissuto molto e molto era stanco, sentiva le mani forti e ruvide nonostante scivolassero tra la nebbia e sapeva che il vecchio non apriva mai gli occhi, ma non perché fosse cieco. Non ne conosceva però il nome.
“Sono qui vicino a te Amico Mio” lo salutò quella mattina.
“Ti ho sentito arrivare quando ancora eri all’inizio della strada, Whity! Ben arrivato. Questa mattina tira un bel vento di libeccio e tra poco balleremo forte piccolo nostromo. Stai in campana. Sono certo che se aprissi gli occhi vedrei un bel cielo caotico con le nubi che corrono da ovest verso est e sotto di esse brandelli di nubi basse quasi immobili. E tra poco sentiremo ululare il vento”
“Amico Mio, se aprissi gli occhi, vedresti le nuvole in cui siamo immersi e l’urlo del vento è lontano, ovattato. “ rispose Whity facendo una piroetta invisibile…
Bruna@
continua…

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