martedì 25 ottobre 2016

VLADIMIRO BOTTA

Parlavo di me allo specchio che ingoiava la mia immagine e ne restituiva una sorta di alone.
Raccontavo al como' di come ero maldestro nel vestirmi e mi restituiva calzini spaiati.
Chiedevo alla pentola di sfamarmi e la sentivo borbottare nel pieno bollore del nulla.
Interrogavo le finestre in cerca di un paesaggio, ma rimanevano sospese sul vuoto.
Le porte si aprivano sul nulla e i corridoi fugavano le minime certezze.
Presi il cappello dalla cappelliera l'infilai direttamente sul collo, la testa era altrove.
Camminai per strade affollate di niente, diedi la mano al cavallo che mi restituì uno zoccolo unghiato.
Colsi una zucca la modellai a volto umano, mentre tanti umani avevano zucche al posto della testa.
Ero distratto mentre un coniglio veloce mi disse buongiorno vado di fretta, correva dietro ad una volpe che era stanca di fare la furba.
Mi sovvenne che ero in ritardo, avrei mancato nuovamente l'appuntamento con la luna.
Guardai una rosa e aspettai al suo fianco, per offrire alla prima ragazza che fosse passata da quel posto, il suo profumo.
Dimenticai di addormentarmi e vegliai la notte prima che spuntasse l'alba.
Avevo tutta la luce del mattino che regalai ad una frotta di bambini col viso sporco di polvere.
Almeno l'inizio del giorno sembrò la prima cosa sensata di attese senza senso.

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