giovedì 1 settembre 2016

ROBERTA MANZIN




Danza la luce immobile di un tempo ancora non rimosso. Mentre riflette certosine apparenze che ingigantiscono speranze mai sopite. Su quella sedia carezzata dal muro grattato dagli anni passati, stavi. Appoggiato come consuetudine, come chi aspetta sempre un invito diffidente. Mentre io raggomitolavo parole desuete nella solitudine dell'abbandono.
Abbracciami, ti prego. Pensavo, mentendo al silenzio indesiderato.
Perseverante il rifiuto dismesso. Nell'incomunicabilità di un sospeso. Sempre più evanescente. Come gli occhi.
Di quello che resta, solo pezzi di un puzzle confuso, rassicura dal tormento di un vuoto.
E se l'apostrofo in un t'amo è d'uopo, memoria demente si appresta a una cura crudele.
Roberta Manzin
Ph RobertaManzin

Nessun commento:

Posta un commento

Lascia il tuo commento