mercoledì 8 giugno 2016

TIMIDINO, IL BAMBINO CORAGGIOSO (HORION ENKY)



C’era una volta e c’è ancora, la storia che racconta di un posto dove ci si può arrivare solo con la fantasia, uno Stato Regno che non c’è e non ha mai avuto un Re, solo perché sulle mappe non era contrassegnato. Trippanisi, questo era il suo nome, la cui morfologia del territorio si espandeva a perdita d’occhio, con grandi pianure e valli contornate da alte montagne che nascondevano a tutti i suoi abitanti il mare, era attraversata da lunghi fiumi che scendevano dalle invalicabili alture e andavano a sfociare in due grandi laghi, dove si poteva nuotare. Su questo ampio territorio, si trovavano alcune città, sparse qua e là, con capitale Quellalà di Trippanisi. Il Signore che governava La Contea era il Conte Povero che non Aveva Niente di Lunga Tradizione, nobile da sempre e, per questo suo lignaggio, eletto nella notte dei tempi, all’unanimità, come Presidente di tutto lo Stato Regno. Come suoi segretari e consiglieri si intervallavano, ad alternanza, gli animali saggi di tutto il Regno. I suoi abitanti erano un popolo misto, composto da esseri umani che, da millenni, pativano di forti crisi, avendo essi perso il potere del comando a favore degli animali che li governavano e comandavano, dopo essere stati imprigionati dal Tempo nello Stato di Trippanisi, dove tutto scorre ma non passa mai. Il linguaggio che si usava era il cagnesco, oppure il gattesco o qualsiasi altro linguaggio animale, a seconda di chi s’incontrava e con chi ci si metteva a colloquiare. La Contea del Povero Ho Niente era composta da molte fattorie e tra le più importanti e conosciute, c’era quella delle Tre Carote, di proprietà di Coniglio Veloce; essa confinava con quella di Mezzo Cavolo, della quale era proprietario Tartaruga Lenta, affiancata a quella delle Erbe Selvagge, data in affitto a Cavallo Sordo da un suo lontano cugino, Nitrito Squillante della Prateria, ritiratosi in pensione per limiti d’età. Le locande della Polenta Sempre Pronta e la Pignattara delle Delizie erano le due più rinomate della città, dove si poteva mangiare e bere senza spese, poiché non si usavano i soldi, che erano sconosciuti a tutta la gente, ma si ripagava con prestazioni, ognuno nella propria disponibilità e secondo il proprio mestiere. Nel centro della città si trovava la piazza più importante, quella chiamata delle Due Fontane, situate una di fronte all’altra, in cui quella di destra dispensava l’acqua da bere a tutti gli animali e l’altra di sinistra il vino per gli umani in cerca di euforia. Queste Due Fontane venivano alimentate dalla Fonte della Vita che a sua volta, per elargire i suoi benefici, esigeva da tutti gli abitanti d'essere ricompensata con un obolo di ringraziamento. Recatisi alla sua sorgente al termine della loro mansione giornaliera, avrebbero dovuto portare un dono da gettare dentro le sue viscere. Ringraziamento che la stessa apprezzava moltissimo, continuando così a donare a tutti quanti acqua e vino a sazietà. I messeri Gatti e Cani tenevano sott'occhio tutti con discrezione, facendo si d'avere tutto sotto controllo, sedando sul nascere qualche parapiglia o battibecco, innescato da un qualunque animale che aveva bevuto del vino, a loro proibito. Il Gallo Sabino era l’incaricato a dare la sveglia di primo mattino alla contea e al contadino.
Con i suoi squillanti chicchiricchì, tutti si alzavano e andavano ad impegnarsi nei propri compiti lavorativi giornalieri. La vita, da millenni, scorreva come ogni giorno, sempre uguale, fatta del lavoro che ogni singolo individuo svolgeva con solerzia e dovizia. La maggior parte della popolazione era impegnata nelle fattorie specializzatesi ognuna nel produrre una cosa specifica, come ad esempio quella delle Tre Carote, dove si coltivavano solo carote, fornite a tutto lo Stato, così come quella di Mezzo Cavolo con i suoi i cavoli, Erba Selvaggia, che foraggiava tutti gli animali erbivori con i suoi carichi di balle di fieno e, via via, così era per tutte le altre aziende che si estendevano a perdita d’occhio, colorando di molteplici colori lo stato di Trippanisi. Solo alcuni erano dispensati dai lavori nei campi: tra questi gli insegnanti, perché impegnati nell’educare ed insegnare ai bambini ed ai giovinetti la storia e la cultura millenaria del loro Stato natio, e i Maestri d’Arte, che lavoravano come artigiani nelle botteghe, costruendo gli strumenti di lavoro o riparandoli nel momento in cui gli stessi si rompevano.
Una mattina, il professore di storia nonché archeologo del Regno Chi Cerca Prima o Poi Trova, aveva portato tutti gli studenti a svolgere una lezione didattica all’aperto, nel Campo della Storia Perduta, rimasto sempre a disposizione per chi volesse fare ricerche sull’Antico Passato Dimenticato. Ma quel mattino, mentre tutti erano intenti a ricercare qualcosa che non avevano mai trovato, chi tra gli arbusti, chi a scavare, come stava facendo il figlio di Rocco Tarocco, chiamato così per il colore del suo viso simile a quello di un’arancia, accadde un fatto alquanto strano: Timidino Tarocco, mentre scavava nel Campo della Storia Perduta, vicino ad alcune macerie trovò una grossa conchiglia di mare che sapeva parlare ed aveva un sacco di cose da raccontare. Con gran stupore, al quel ritrovamento, chiamò: - Professore, professore, venga a vedere cos’ho trovato. Una strana cosa che non s’era mai vista e sa parlare. Di corsa, il professore si diresse dal ragazzino che scoprì la cosa, la quale avrebbe cambiato il loro destino e, mentre gli toglieva l’oggetto dalle mani, disse: - Timidino, fammi vedere, che voglio capire cos’hai trovato. Così il professore, Chi Cerca Prima o Poi Trova, cominciò a girare e rigirare l’oggetto tra le mani per poi iniziare, con il pennellino e lo straccetto che teneva sempre nella tasca della giacca, a ripulire questo sconosciuto oggetto mai visto prima. Iniziò a lucidare la parte esterna, asportando dei residui di terra che la coprivano; fatto questo passò a quella interna, svuotandola del polveroso contenuto che la riempiva, materiale che faceva sì d'impedire che favellasse liberamente, ma borbottasse solo incomprensibili parole, soffocate dal suo contenuto estraneo. Nel momento in cui terminò l'accurata operazione di pulizia, dalla conchiglia cominciò ad espandersi una voce, udibile tutt'intorno, che disse: - Finalmente mi avete trovato e liberato, dopo millenni che dormivo qui sotto, sepolto in questa prigione! Sono il Grande Saggio Grillo Parlante, divenuto prigioniero tramite un incantesimo fattomi dal fratello cattivo del Tempo Perpetuo, il Mago Orologio Matto, che va a ritroso invece di andare avanti e odia tutto quello che è il progresso, per cui, dando io voce alla verità, ero per lui un pericoloso nemico. Con uno stratagemma, mi chiuse dentro questa conchiglia, per imbrigliare e non dar modo di ascoltare la verità, scavando in seguito una buca in questo campo, per seppellirmi, disseminando tutto intorno cianfrusaglie, per confondere chiunque m’avesse cercato, in maniera che non mi trovasse, facendo sì che rimanesse tutto immutato nel Tempo Perpetuo e la verità restasse relegata solo in questa Contea, senza storia né memoria, cosicché non fosse più dispensata in ogni dove. Una volta il Regno, migliaia di anni fa, si estendeva su tutta la Terra e non aveva confini; tutti conoscevano la verità universale, perché quella era la legge divina non assoggettata al Tempo. Mentre terminava le sue parole, videro scendere dal cielo, come per magia, una silenziosa mongolfiera, una cosa inusuale, la quale portò stupore su stupore, dopo le parole udite. Il ritrovamento della conchiglia aveva fatto arrivare gran parte degli abitanti e la voce del Saggio Grillo Parlante fece si che s’aprisse la Porta del Tempo Perpetuo, precedentemente chiusa dal Mago Orologio Matto. Tale varco richiamò strani personaggi che sfruttavano le occasioni per avvicinarsi agli ingenui abitanti di Trippanisi, come Truffaldin e la sua banda, che si presentarono scendendo dalla mongolfiera con fare allegro e borioso, come ogni incantatore di folle. - Salve, bella gente! Ma guarda un po’ che bei giovanotti, tutti studenti, con il loro professore in cerca di tesori! Presumo che ne cerchiate uno, qui in mezzo a questo campo, circondati da tante vecchie rovine! -Mi presento a voi: mi chiamo Truffaldin di Tutti i Tempi, insieme ai miei soci e compari Farloco e Tarlaco. Veniamo da lontano per fare affari con voi tutti, cambiandovi la vita perché, con la magia, tutto ciò che tocco ve lo raddoppio e porto via e, se mi seguirete nominandovi vostro capo, vi libererò dalla sottomissione dagli animali. Se mi ascolterete, voi ragazzi, con me diventerete tutti professori e lei, professore, diventerà il presidente di tutti gli altri insegnanti. Che ne dite? Vi piace la mia proposta? Nel frattempo, attorno a questi bizzarri personaggi, si era radunata una moltitudine di persone attratte e incuriosite da quello strano oggetto volante sceso dal cielo.
Tanti si chiedevano che cosa fosse quella strana cosa che volava e chi fosse quel tipo vestito così stranamente, che parlava sempre di continuo. Il Grillo Parlante, dalla voce, aveva compreso che Truffaldin non era altri che il Mago Orologio Matto; questo lo portò ad uscire dalla conchiglia, per andare a nascondersi nella tasca dell’inconsapevole Timidino Tarocco, percependo il pericolo a cui sarebbe andato incontro, se fosse stato scoperto dentro quella piccola casa che lo ospitava. - Esimio professore, ma che bella conchiglia stringe tra le mani. Sarebbe così gentile da farmela ammirare in modo che possa valutarla, in caso volesse venderla? Sono disposto anche ad acquistarla. - Non ho idea di che cosa sia, è la prima volta che mi capita di vederla e, nei libri, non è raffigurata; ma non la venderò, dal momento che è mio desiderio che sia esposta nel museo della scuola. Rispose, borbottando contrariato, il professore, tenendola fra le mani con delicatezza, per non romperla. - Ma professore, non è nulla di granché: di queste se ne possono trovare a bizzeffe, con me ne porto una cassa e qualcuna ve la voglio proprio donare o, se volete, la potete comprare. Una volta tutta la Contea era un grande mare e, sparse nei suoi sedimenti, se ne possono trovare. Orsù fatemi vedere, affinché possa appagare la vostra curiosità. Con queste parole, Truffaldin riuscì a farsi consegnare la conchiglia dal professore titubante, scoprendo che il suo incantesimo era andato a svanire nel nulla. Pertanto, parlando tra sé e sé, si chiese dove fosse andato a nascondersi quel maledetto Grillo Saggio di verità; avrebbe dovuto trovarlo il prima possibile per fare ritornare tutto com’era, prima che suo fratello, il Tempo Perpetuo, se ne fosse potuto accorgere. La timidezza di Timidino Tarocco lo portò a far si che si allontanasse da tutto quel frastuono e dal vocio petulante della gente. Mentre s’allontanava si senti chiamare: - Timidino, sono il Saggio Grillo Parlante; mi sono nascosto in una tua tasca confidando nella tua bontà e che, di te, mi sarei potuto fidare; ho bisogno del tuo aiuto per una missione molto importante. Truffaldin continuava a parlare e più parlava e più gente intorno a lui s’adunava, continuando a gridare: - Venite, venite a me; cosa credete, che io sia qui a raccontarvi una favola? Com’è vero che mi chiamo Truffaldin, io vi racconto sola la mia verità, di una storia che non sembra vera. Ma così facendo, con la complicità dei due suoi loschi soci, riuscì a far sollevare tutti gli umani, promettendo mari e monti, al punto che lo elessero come Signore della Contea, destituendo dal potere il vecchio Conte Povero che non Aveva Niente di Lunga Tradizione. Arrivarono due gendarmi, con i baffi talmente lunghi, che l’imprigionarono, andando a rinchiuderlo nelle segrete più segrete da non sapersi più dov’erano. Gli animali, senza il vecchio Conte buono, si trovarono così a diventare schiavi degli esseri umani e, da quel momento, il male iniziò a stendere la sua ombra minacciosa, trionfando su tutto lo Stato di Trippanisi. Il Grillo Saggio iniziò a sentirsi sempre più braccato ed impaurito. Andare alle segrete per liberare il Conte sarebbe stato troppo rischioso! Quindi, come da gran Saggio che era, chiese a Timidino di uscire dalla città per una scampagnata. Si trattava di un bambino, pertanto gli umani e i gendarmi non gli avrebbero fatto gran caso. Usciti dalla città, si fermarono da Coniglio Veloce, restando sorpresi di vederlo chiuso in una gabbia con tutta la sua famiglia; a quella visione, il bimbo e il grillo provarono una gran pena, tanto che, di nascosto, li liberano da quella prigione. Liberati che furono, scapparono in tutta fretta per andare a nascondersi nelle tane che avevano nel bosco. Però Saltellino, che era il figlio più giovane di Coniglio Veloce, si volle aggregare ai due, dicendo: -In ogni posto che voi andrete, io verrò con voi; la mia velocità potrebbe esservi sempre utile! E fu così che si incamminarono, stando sempre ben attenti a non farsi vedere dagli umani, che erano diventati crudeli. Passato il primo campo di carote, arrivarono alla fattoria delle Erbe Selvatiche, dove vi era Cavallo Sordo che tirava un aratro e un umano che gli urlava addosso perché lavorasse mentre, nel recinto, Piccolo Puledro lo osservava tra le lacrime. Timidino, alle sue lacrime, non seppe resistere, tanto che, al calare della sera, andò a liberare lui e suo padre, intanto che i nuovi padroni umani erano tutti ubriachi. Cavallo sordo disse al figlio: - Unisciti tu a loro, vai dove dovete andare, il Saggio Grillo Parlante sa cosa fare. E fu così. Quando tutta la Contea dormiva, la compagnia formata dal Saggio Grillo Parlante, Timidino Tarocco, Piccolo Puledro e Coniglio Saltellino, partì per la Montagna dei Sette Occhi, sulla quale avrebbero trovato il Saggio Specchio che Conosceva Tutto e li avrebbe aiutati. Piccolo Puledro disse: - Timidino, tu sei piccolo e leggero, ti posso portare in groppa, così potremo andare più veloci con la mia corsa. Così, detto e fatto, salì sulla sua groppa, tenendo in braccio Saltellino e, nel taschino, il Saggio Grillo. Costeggiarono di corsa tutte le fattorie, fin quando arrivarono alle Terre Tremolanti. Un brutto posto, dove la terra si spostava di continuo, facendo rischiare di cadere qualcuno che passasse di lì, specialmente con il buio della notte, allorché divenivano ancora più pericolose, inghiottendolo in un minuto. Tuttavia, con l’invisibile lanterna magica, che aveva sempre con sé il Grillo Saggio per illuminare il cammino, passarono oltre quel brutto e pericoloso posto. Quindi, per arrivare alla montagna, rimaneva soltanto il Bosco dei Pensieri Perduti; chiunque vi entrasse avrebbe dimenticato il motivo per il quale intendeva passarvi tanto da perdervisi dentro, non trovando più l’uscita. Saltellino Veloce si posizionò davanti a loro, tenendo con una zampa la corda di Piccolo Puledro in modo che lo seguisse; essendo quest'ultimo piccolino, i rami degli alberi non avrebbero potuto influenzare la sua mente, come stavano facendo con tutte le cose che transitavano di lì, alte più di mezzo metro. Fu così che riuscirono ad attraversare il bosco, seguendo il sentiero dei Camaleonti dei Sogni, che andavano a specchiarsi nel saggio specchio. All’alba, la Montagna dei Sette Occhi appariva lì, davanti al loro sguardo, imponente e altera tanto da sembrare non finire mai. Timidino disse: -Io ho sonno, vorrei dormire. - Anche noi siamo stanchi, abbiamo camminato tutta la notte. Risposero, in coro, Piccolo Puledrino e Coniglio Salterellino. - Non ci possiamo fermare! Ribadì ai tre il Saggio Grillo.
La meta è lì, davanti a noi, non ci resta che trovare solo l’occhio dove si cela lo Specchio che Conosceva Tutto; non vorrei che Truffaldin e i suo masnadieri arrivassero qui anche loro e chiudessero tutte le porte del Tempo Perpetuo. Dal suo cilindro, il Grillo estrasse della polvere magica che diede a Timidino, perché la soffiasse contro la montagna. Questa fece si che, davanti a loro, si aprissero gli occhi della montagna; uno di questi brillò alla luce del sole. - Ecco, avete visto dove si nasconde lo specchio che cerchiamo! Ma il riflesso lo vide anche Truffaldin, che si era messo alla ricerca di loro, informato dalle Spie della Notte; quindi, con la sua mongolfiera, stava arrivando in contemporanea a loro. Così di corsa, entrarono tutti e quattro nell’occhio, che non era altro che una grotta scavata dal Padre di Tutti i Tempi dove, sovente, amava specchiarsi per compiacersi di se stesso e della sua saggezza. E lo specchio era solito esaudire la prima domanda che gli si facesse ma, esclusivamente, se fosse stata saggia. I tre farabutti sapevano ciò e sapevano anche che, a loro, non sarebbe stata concessa la facoltà di porne una, nonché di essere esaudita una loro richiesta, per quanto fossero ladri e disonesti. Armati di fionde e di sassi, avrebbero voluto rompere il vetro dello specchio, pertanto, da lontano, iniziarono a tirarli dentro la grotta, senza mai fare centro. I Camaleonti dei Sogni, visto in pericolo lo specchio di cui avevano la custodia, si misero davanti all’apertura assumendo il medesimo colore della montagna, per fare in modo che sparisse di fronte a chiunque altro, fuorché ai quattro amici che avrebbero avuto modo, in tutta tranquillità, di esplicare la domanda che stava loro a cuore.
- Devi farla tu la domanda, Timidino, cercandola prima dentro il tuo cuore puro. - Io non so, Saggio, sono solo un bambino e non mi specchio nemmeno quando mi alzo al mattino. -- La devi fare tu! Scruta dentro la purezza del tuo cuore. Disse il Grillo Parlante. - Specchio che Conosce Tutto, mio saggio, non ho che una cosa da chiederti: ti prego, riporta l’amore e l’armonia nella terra mia, le stesse che c’erano prima che se ne andassero via; fai che la vita scorra con gioia e allegria. - Mio caro bambino, il tuo cuore puro io posso accontentare; prendi quell'ampolla riempita di acqua di mare, poi aggiungici Tre Lacrime Di Pianto d’Amore e, il tutto, devi versare alla Fonte della Vita che tutte le cose al loro posto saprà riportare. Al termine delle parole dello Specchio che Conosce Tutto, si senti un gran botto: era la mongolfiera di Truffaldin che, urtando lo sperone di una roccia, si era forata e, cadendo di conseguenza, era andata a finire nel sottostante Bosco Dei Pensieri Perduti. I Camaleonti, cessato il pericolo, liberarono la porta e, come entrò la luce del sole, lo specchio scomparve alla vista generale, poiché il tempo passa anche se non lo si vede. Era il momento di agire in fretta per portare l’ampolla alla Fonte della Vita. Come fare? Nel ritorno avrebbero rischiato d'incontrare Truffaldin, che la poteva loro rubare. E, mentre riflettevano, una voce disse alla mente del piccolo puledro: ”Puledrino, Puledrino, sono il tuo Bisnonno Unicorno Volante; chiudi gli occhi e incomincia a sognare, vedrai che hai grandi ali per volare, abbi fiducia in te e, con una goccia dell’acqua dell'ampollina, fatti bagnare e capirai che, poi, lo potrai fare”. Fatto ciò, gli spuntarono due maestose ali e, con quelle, iniziò a librarsi nel cielo. Saliti tutti sulla sua groppa, volarono fino alla fattoria dov’era nato. Mancavano solamente le Tre Lacrime di Pianto d’Amore. Il bambino si chiedeva dove avrebbe potuto trovare queste lacrime. Un bel dilemma da risolvere per lui, così piccino.
Così corse a casa dalla sua mamma, assillato dal mistero, per il quale nessuno avrebbe potuto aiutarlo, nemmeno il Saggio Grillo Parlante. Arrivato a casa, trovò la madre disperata, che piangeva per il suo piccolo Timidino scomparso. Per cui, come lo vide, invece di sgridarlo, lo abbracciò piangendo con amore. Erano appena scivolate giù quelle Tre Lacrime che stava cercando, di cui aveva la certezza che fossero di Pianto d'Amore. Con un bacio le rubò, prima che cadessero a terra, per poi versarle nella magica ampollina. - Ma dove sei stato mio bambino...I gendarmi ti sono venuti a cercare! - Mammina, non te lo posso dire. Ho una missione, in nome del bene, da finire. Timidino, di fronte al pericolo dei gendarmi, diventò baldo e coraggioso. Saltò, andando fuori dalla finestra, per dirigersi di corsa alla Fonte della Vita, inseguito dagli uomini cattivi, che adoravano il male e, pertanto, avevano intenzione di fermarlo. Correva tanto veloce, al punto che gli sembrava di volare e, in un battibaleno, si trovò di fronte ad essa, ma davanti, Truffaldin, nella sua vera identità d'Orologio Matto, con Tarloco e Farloco, lo intendevano osteggiare: - Qui finisce la tua corsa. Ora mi devi dare l’ampollina di mio Padre. - No, non te la darò mai! Il mio compito devo concludere e nella Fonte vi voglio tutti e tre buttare. Alle sue minacce, i tre si misero a ridere come matti, facendo sì che Timidino riuscisse d'improvviso a versare, nella sorgente, l’acqua dell’ampollina che, come per magia, i tre fece sparire. Da quel giorno, la Contea di Trippanisi avrebbe avuto una nuova storia da raccontare, riguardante un evento straordinario da festeggiare: quella di Timidino, il bambino coraggioso, che riportò l'Amore e la Saggezza su tutte le cose.
FINE

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