mercoledì 25 novembre 2015

CONTRO OGNI FORMA DI ABUSO (LIBRO AUTORI VARI)



La parola poetica contro la violenza

di Cinzia Baldazzi (Critico letterario-giornalista-saggista)



“La violenza è una mancanza di vocabolario”
 Gilles Vigneault



«Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire».
Così si apre la parte conclusiva del celebre monologo Lo stupro che Franca Rame scrisse nel 1975. «Appoggio la testa a un albero», prosegue, «mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani».  
All’epoca, di violenza sessuale si parlava poco: il documentario Processo per stupro, realizzato da un collettivo formato da  Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini e Loredana Rotondo - e che per primo aprì il dibattito sul trattamento riservato in tribunale dagli avvocati difensori alle donne vittime della violenza - fu infatti  girato nel 1979. Franca dichiarò di essersi ispirata a una testimonianza trovata sulle pagine del “Quotidiano Donna”. In realtà, sappiamo come fosse stata lei, in prima persona, la sera del 9 marzo del 1973 a Milano, a subire uno stupro, quando fu caricata su un furgone, torturata e violentata a turno da cinque uomini. Si trattò di un’”azione” - si fa per dire - a carattere “punitivo”: i responsabili erano militanti neofascisti, intenzionati a “fargliela pagare” per le sue idee politiche, e scegliendo di colpirla , da gran galantuomini, nel suo essere donna. Purtroppo non vennero mai arrestati, anche se, molti anni dopo, qualcuno facesse i loro nomi: il reato era ormai caduto in prescrizione.
Tuttavia l’artista, scomparsa di recente, nella storia quotidiana è riuscita obiettivamente a sconfiggere, a oltrepassare la violenza subìta con la parola poetica, rifiutandosi davanti a tutti, con coraggio, di sottomettersi all’obbligo del silenzio esistenziale e “politico”, per poter raggiungere, nei fatti, lo scopo di mostrare come l’arte, su una prospettiva che cavalchi un’onda lunga di prospettiva , divenisse più potente degli aggressori.
Accade però che alla sopraffazione consegua la morte, e la vittima, come rivela Giorgio Bisignano in Nell’ombra e nel dolore, alla fine si trovi “stesa sull'erba , senza un fil di luce”, dove, senza possibilità di alcuna posticipazione, “muore il suo mondo, nell'addio più triste. / Spira l’illusione di mandorli in fiore, / d’udire cantare gli usignoli, / (…) Muore sola e stanca nell'età più bella   /Non è questo, mio Dio, ciò che avrebbe voluto!”.
Il filosofo della scienza Gaston Bachelard, nel secolo scorso, dichiarava: «Il martello del fabbro forgiatore è stata la più grande conquista morale che l’uomo abbia mai realizzato. Con il martello la violenza che distrugge è trasformata in potenza creatrice. Dalla clava che uccide, al martello che forgia, si svolge l’itinerario che va dalla vita degli istinti alla più grande moralità. La clava e il martello formano le due facce parallele del male e del bene». Sono personalmente convinta - e, con me, tutti i poeti ospitati nell’antologia Flamma animae - di come la poesia possa svolgere le funzioni di questo martello, come quando, ad esempio, Maria Danese nei suoi Silenzi suggerisce: “Le parole non dette / lasciate morire in gola, / ti corrodono, / ma ti lasciano ancora / respirare”: dunque i versi, anche se sono metafore e non armi di “aggressione difensiva”, sono sempre meglio dei “silenzi“ che invece “diventano mortali, come “ l’indifferenza / una condanna (…), “un chiodo arrugginito / che ti spacca il cuore”.
Il Mahatma Gandhi, alla domanda su quali fossero le cause profonde, le radici della violenza, rispondeva: «La ricchezza senza lavoro, il piacere senza coscienza, la conoscenza senza carattere, il commercio senza etica, la scienza senza umanità, il culto senza sacrificio, la politica senza princìpi».
Un panorama vasto, disseminato di scenari orribili, come Roberto Cicconi evoca nei suoi versi È qui che vivo?: “Ma è proprio qui che vivo?” si chiede: “Dove non c’è più il sole, / il sentimento atavico / muore tra le parole? / Ragazzo impicca un cane / madre senza natura / si priva del suo figlio, / dentro la spazzatura, / (…) La strage di animali, / è all’ordine del giorno, / sotto codesti cieli, / nessuno fa ritorno”. E poi: ”Teste decapitate, / perché sono cristiani, / rondini  ormai partite, / per non tornar domani”, mentre ”il rosso sangue cola / giunge fino al mare, / ormai non v’è parola, / niente da perdonare!”. No, per buona sorte, c’è ancora la tua parola, Roberto, e quella di tanti altri poeti e artisti; come quando, nel 2013, Serena Dandini portò nei teatri di tutta Italia il testo Ferite a morte,  per “raccontare”, oltre alla tragica fine, le storie singolari di tante vittime di femminicidio, immaginando, come dichiarò, “un paradiso popolato da queste donne e dalla loro energia vitale. Sono mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti, che sono uscite dal solco delle regole assegnate dalla società, e che hanno pagato con la vita questa disubbidienza”.
Con lei, mi chiedo: “E se le vittime potessero parlare?”. Se, fra tante, una di loro volesse gridare, come in Lucifero di Anna Collini, quando “le lacrime scendevano a mo' di tempesta (…) / i lampi squarciavano quel corpo (…) / la furia allargava le sue gambe / strappandole i vestiti del sereno (...) / rivoli di sangue zampillato dall'odio / scendevano giù negli abissi  / di un mondo che sta a guardare”? Un mondo così concepito sarebbe lontano dall’amore: “su una pelle straziata / mangiata dai lividi e da sputi (…) / scaraventato su di un / improbabile amore futuro”, proprio mentre “guardava la sparizione delle stelle”.
Di certo appare innegabile quanto, da sola, la pasoliniana “mancanza di richiesta di poesia”, per chi sopravvive, sia acerrima nemica in questa lotta, senza la quale,  purtroppo, non verranno le “albe chiare” di Charles MecCharles, “scintillanti al sol della speranza, / il cui esercito per l'eternità sconfiggerà / gli abusi, le colpe, l'ingiustizia: / saranno solo un ricordo / in un mondo migliore” (Paura). Questo “mondo migliore”, dove l’omosessualità sia comunemente accettata, non verrà mai per un’altra vittima di un omicidio violento con matrice sessuale, appunto Pierpaolo Pasolini. Confessava in prima persona: «Come uno schiavo malato, o una bestia / vagavo per un mondo che mi era assegnato in sorte, / con la lentezza che hanno i mostri / del fango – o della polvere – o della selva – / strisciando sulla pancia – o su pinne / vane per la terraferma – o ali fatte di membrane». Ma, intorno ad «argini, o massicciate, / o forse stazioni abbandonate in fondo a città / di morti», qualcosa passò nella sua anima: come «se in un giorno sereno si rabbuiasse il sole; / sopra il dolore della bestia affannata / si collocò un altro dolore, più meschino e buio, / e il mondo dei sogni s'incrinò. / “Nessuno ti richiede più poesia!”».
L’infanzia, che per prima conosce la violenza, rimane un àmbito nel quale è difficile parlare di violenza nel senso proprio del termine, perché il fenomeno è, come dire, ulteriore. “Non credo di averlo compreso”, conferma Bruna Cicala in Innocenza: “non era quanto promesso / nel soffio d'amore di un attimo effimero. / Nascosto da manti d'orrore / il dio più feroce / attendeva il suo urlo / più infame. / Dio degli infelici, dimmi, / perché mai sono nato? / lettera al dio degli universi da un bambino di ogni dove: sgozzato, annegato, massacrato, / offeso, usato, / dimenticato”.
Tra le piaghe delle violenze oggi più dilaganti vanno considerate e affrontate anche quelle causate in primis da dispute e supremazie religiose, le quali, senza intervallo, trascinano con loro guerre e terrorismo finalizzati a imposizioni di potere, conquiste territoriali, pulizie etniche. Accogliendo le parole del filosofo francese del ‘900 Gustave Thibon, ed essendo io cristiana-cattolica, vi invito a riflettere su alcune sue considerazioni neotestamentarie: «Vi è dunque nel Vangelo un capovolgimento di valori. Cristo vi dice: ‘È stato detto... ma io vi dico...’. Sembra esservi una sfida permanente alle leggi di natura, aggravate dal disordine del peccato, una sorta di anticipazione della vita eterna, sicché San Paolo non esita a parlare di "follia divina"».
Ma, precisa Thibon: «La sola violenza che sembri permessa e voluta dal Vangelo è quella che l'uomo esercita sopra sé stesso per dominare le sue passioni e trionfare sul peccato. E non a caso, mentre la parola ‘violenza’ è piuttosto peggiorativa, l'espressione ‘farsi violenza’ s'intende quasi sempre in senso positivo. In altri termini, molto spesso si fa violenza a se stessi, specialmente quando si è in collera, per non far violenza al prossimo»: suppongo quindi sia giusto considerare questa “santa” violenza”, così intesa, unicamente come strumento, esercitato a vantaggio della libertà nostra e degli altri, al fine di non nuocere ad alcuno, poiché il cristiano lotta con se stesso per alienare, allontanare se stesso dalla violenza delle passioni e del peccato. In tal senso, sempre secondo Thibon, «va interpretato il testo del Vangelo “I violenti prevarranno". Non già quelli che saranno violenti contro gli altri, ma coloro che sapranno far violenza a sé stessi per espandere la loro vera libertà».
Tuttavia, perché la poesia mostra sempre la capacità - oltre a celare il segreto - di comprendere il contesto nella sua complessità contraddittoria, il nostro discorso non può non condurre al più grande atto di violenza e tradimento compiuto nella storia della nostra civiltà: il martirio, e poi la morte, del Dio fatto uomo.
Tra le righe di Trenta denari di Paola Bosca, leggiamo: “Trenta denari / il prezzo dei vostri pensieri all'ombra di un cespuglio di croci / dietro di esse i vuoti di preghiere / imbrattate di nervi carne e sangue. / Giochi spericolati / avidi di orgasmi / fragili desideri in selvaggia parata / celano chimere agognate nelle aride notti della civetta / tra fruscii d’ali sogni frantumati / in un pozzo profondo millenni. / Litanie tracciano elucubrazioni chiaro scure / rivoli di plasma fluiscono dai pugni chiusi dei rei confessi senza torto”.
Su tutto, incombe ancora la somma dei ”trenta denari / testa o croce / il riscatto sul banco della speranza / si svela così il prezzo del peccato / punta sul nero / punta sul rosso / contro un Dio vittorioso di spada impugnata / di vita ingiusta / morte crocifissa muta di grazia / confortata da mani giunte in rosario / si giustifica così ogni vostro misfatto”. Ma quanto compiuto dal responsabile dell’azione più immane e sciagurata nella storia dell’uomo, diviene potenziale simbolo di riscatto: “Alzate dunque il calice /alleviate le vostre malefatte”, e quindi, finalmente, “gettate trenta denari nell'obolo della penitenza  / e così sia la vostra pace eterna / che il sogghigno del demone si spenga nella carezza del vero Padreterno”.


La lavorazione in tipografia di questo libro, dedicato a componimenti poetici “contro ogni forma di abuso”, è venuta a coincidere in maniera inquietante con gli atti terroristici nella città di Parigi del 13 novembre.
La violenza e la sopraffazione del terrorismo sono - anche - una delle tante forme di abuso: forse le più odiose, rivolte come sono a vittime inconsapevoli, estranee, ignare. Parliamo di “abuso” quasi che l’uccisione di gente comune significasse, da parte dei carnefici, “abusare”, “approfittare” della fiducia nel mondo, dell’esposizione positiva verso la vita, del voler vivere quotidiano che le ignare vittime dimostrano fino a un istante prima della loro morte efferata.

Anche alle donne e agli uomini morti a Parigi è dedicata questa raccolta di poesie, che vede la luce in occasione della “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne” celebrata il 25 novembre.

info: ass.iruomridellanima@gmail.com
cell. direzione 347.8432586

2 commenti:

  1. Una antologia densa di significati, sublimati da una introduzione che nobilita e ci onora, ci fa riflettere oltre ogni lettura. Grazie a tutti.

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