martedì 8 settembre 2015

PETALO VIOLATO DI MARIA DANESE (LIBRO)


RECENSIONE

Lontano, molto lontano, una donna piangeva la morte del figlio: “Figlio bianco e vermiglio, / figlio senza simiglio, / figlio, e a ccui m’apiglio? / Figlio, pur m’ài lassato! / Figlio bianco e biondo, /  figlio volto iocondo, / figlio, perché t’à el mondo, / figlio, cusì sprezzato? / Figlio dolc’e placente, / figlio de la dolente, / figlio àte la gente / mala mente trattato”.
Sì, Maria, è la Madonna di Jacopone da Todi che piangeva davanti al corpo ormai senza vita di Gesù, come te, come tante altre. Certo, ancora non sapeva che a lei sarebbe toccato in sorte di raggiungerlo per sempre, direttamente, lassù in cielo, assunta dal Grande Padre al suo fianco: ma in quel momento, mentre si lamentava, disperata, lui non le rispondeva più, il suo cuore non batteva e le mani, riverse, bloccate da un freddo pallore. A Gerusalemme, a Nazareth, non lo avrebbe più incontrato né abbracciato, lì, tra gli altri: suo figlio era morto. E quando scoperchiò il sepolcro, ascese in cielo per far risorgere - poi - anche tutti noi. Ma, sulla terra, di sé lasciò un lenzuolo funebre, un sacrificio e un insegnamento immortale. Nella vita terrena, niente altro.
Noi madri credenti, parte del comune genere umano, per raggiungere nella vita eterna il figlio smarrito dovremo, giustamente, attendere la morte e, per incontrarlo di nuovo, aspettare il Giorno del Giudizio. Lo hai anticipato, Maria, tanto da eleggerlo alla più grande autenticità:  “L'amore e il dolore / sono nati insieme, / in un giorno di pioggia, / mentre il sole spuntava  / tra le nuvole cupe. / Il mio cuore  galleggia. / Ti sta raggiungendo, / nel grande mare dell'eterno”.
Intanto, sarà possibile andare avanti dopo la morte di un figlio, di una parte di se stesse? Spesso il dolore, nella disperazione più profonda, genera un solco di isolamento con il resto. Per quanto a lungo? Sì, piano piano riprenderemo a mangiare, a dormire, ad alzarci dal letto. Come, però? Parleremo, è sicuro. Ma di cosa? Tu ne sei certa: “Il tempo non guarisce i sentimenti puri .. / il tempo non riporta il cuore a risanarsi”.
Rimani perplessa, però, e per non gettarti in uno sconforto confuso e scontato, vorresti continuare - almeno per un po’ - a essere come assente da ciò che vedi intorno: “… pensieri… sparsi /come le stelle…/ Nel silenzio dell’anima / ascolto i lievi palpiti / di quella vita / che fu nostra”. No, non puoi sottrarti ora, non è mai accaduto. E infatti: “Avrei voluto donarti / l’orologio del mio tempo /prenderti per mano e / condurti dove la notte / accende le stelle, / tra vermiglie aurore, / correre sotto la pioggia / e nuvole di zucchero filato, / raccontarti di un seme sotto la neve, / delle rondini che tornano a primavera, / delle lacrime perché sono salate. / Più nulla...”.
Poi senti il suo “ultimo grido” e, quasi strappando per te la voce all’andaluso Juan Ramón Jiménez, gridi anche tu: “Al tuo abbandono oppongo l’elevata / torre del divino mio pensare; / su di lei il cuore del suo sanguinare / vedrà il mare con l’acqua imporporata. / … Fosse nulla la pace tanto amata? / Nulla, nulla, nulla!... – Oh dalla scogliera / cadesse il cuore in acqua e per il lutto / il mondo fosse sol vuoto maniero… - / E sei tu l’umana primavera / … e io sono soltanto il mio pensiero!”.
Giacomo Debenedetti ha scritto che esistono sempre tra l’uomo e il mondo, la natura, tante spiegazioni possibili: “Ci sono: e sono talmente possibili, a loro modo sono talmente chiare, che uno può perfino rinunciarvi. Ma l’uomo ha anche un diritto che non gli piace, cui cerca di rinunciare con tutte le proprie forze, ma tale che, se gli mancasse, se ne sentirebbe defraudato: è il diritto di soffrire”. Salvatore, da morto, lo rivendica per sé. Ma tu non vuoi lasciarlo solo e lo supplichi: “Amore. / Amore mancato e unico amore... / non lasciarmi sola / in questo tempo lontanissimo dal tuo. / Non farmi sentire la tua assenza, / perché ne sto morendo”.

Ascoltiamo Adorno: non rimaniamo soli dopo la morte dei nostri figli, se li ricordiamo: “Dire di un morto che è insostituibile, di solito è una copertura del fatto che lo si è già sostituito”. Ma tu non lo hai mai perso: “Tu / resterai per sempre / l'amore vissuto e incompiuto, / il mio respiro, / il mio sole, / il mio mondo, / le mie braccia vuote, / la mia speranza. / E / ti trovo a vegliare / su / questo cuore stanco, / per un ultimo bacio e / un addio / mai detto / tra noi. / Solo... / Arrivederci”. 
Dott.ssa Cinzia Baldazzi (Critico Letterario)

Info : ass.irumoridellanima@gmail.com
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