venerdì 3 luglio 2015

TRA DUNE DI LAVA ANTICA (libro) di BRUNA CICALA

PREFAZIONE
Non conosco Bruna. Prima di immergermi nei suoi versi conoscevo di lei le poche pagine autobiografiche in prosa che aveva scritto per esercizio in un corso di scrittura autobiografica. Non parlo di poesia. Non mi muovo a mio agio in un universo dove regna un generale appiattimento culturale a un mondo autoreferenziale e anacronistico, dove in una via di mezzo tra un sofisticato gioco di specchi e un telefono senza fili si leggono sempre le stesse cose, sempre gli stessi riferimenti, sempre le stesse espressioni e metafore. Un mondo dove raramente si segue un concetto, si regalano emozioni autentiche, c’è una ricerca dietro il proprio lavoro, dove il messaggio veicolato è mortificato dalla forma o imbarazzanti linguaggi aulici sono messi esclusivamente al servizio dei virtuosismi lessicali degli autori. Figlio di poeta, sono cresciuto abituato alla poesia. Fino ai 20 anni circa io stesso ne scrissi qualche decina, delle quali a distanza di quasi altrettanti anni ne salvo sì e no un paio. Poi l’abbandonai. Dolore per il richiamo a mio padre, insoddisfazione per le mie abilità, confronto con una comunità di poeti a cui sentivo di non appartenere. La prosa rimase la mia unica valvola di sfogo, e oggi mi riesce difficile ipotizzare ripensamenti. Alla luce di tutto ciò, sono certo che vi sarà facile credermi se affermo che scrivere la prefazione a una raccolta di poesie è una cosa che credevo non avrei mai fatto. Accettai di valutare la proposta di farlo per questo libro scettico e preoccupato. Convincere un lettore con queste premesse non era facile per Bruna, né per nessun altro. E se leggendo i versi lo scetticismo è crollato, con quel magnifico stupore che solo un pregiudizio che si rivela infondato può regalare, la preoccupazione è in un certo senso aumentata, perché è una raccolta di pregio, e certamente un esperto e appassionato di poesia potrebbe introdurla con un’efficacia ben maggiore di me. I parametri che valuto per giudicare una poesia non sono così particolari: forma, contenuto, tematiche, messaggio, originalità, incisività, capacità di suscitare emozioni, catturare attimi, porzioni d’anima del poeta e, quando si tratta di una raccolta, entrano in gioco anche considerazioni su come le opere sono state selezionate, l’ordine in cui vengono proposte, l’organicità e coerenza generale. Ovviamente, ognuno di questi aspetti incide nella valutazione in modo più o meno significativo, e al momento della lettura non mi concentro su nessuno in particolare, lasciando che siano i versi a suggerirmi il loro valore e la loro bellezza. Trovo straordinario il modo in cui Bruna è riuscita ad appagare ogni mio razionale e inconscio bisogno di catalogare, giudicare, standardizzare, mettendo d’accordo ogni mia resistenza: Bruna è una poetessa. Non so quanto della sua vita abbia dedicato a scrivere versi, quanta opera di cesello sia stata necessaria per conferire alle sue poesie quei caratteri di pulizia, essenzialità e incisività che posseggono, quanto abbia dovuto ragionare sull’ordine in cui proporle. Qualunque sia stato il suo modus operandi, ha dato vita a una silloge di altissima qualità, che merita un destino differente dal piccolo circuito di amici e parenti in cui spesso, e a ragione, restano confinate le poesie. Merita di raggiungere tante case, essere letta da famiglie intere, dove ognuno con la propria cultura e la propria sensibilità potrà apprezzarla su un piano differente. Forse, sono gli elementi più cari e vivi in Bruna ad avermela avvicinata così tanto: silenzio, tempo, mare, contemplazione, nostalgia, amore, vita e morte, natura. La mia anima si è legata intimamente a quella della poetessa, e il mio immaginario si è sovrapposto al suo con piena compatibilità. Io, uomo di mare straziato da lutti e nostalgia, alla costante ricerca di un significato, diviso tra necessità d’agire, voglia di sparire, urgenza di comunicare e pudica difesa del mio mondo. Quanto t’ho sentita vicina Bruna, solo ora che stai leggendo queste righe puoi capirlo. Ti leggevo e mi vedevo adolescente in riva al mare, sugli scogli deserti di una Santa Marinella invernale, a farmi dettare dalle onde il ritmo dei pensieri, da trasporre in un grande blocco note dalla copertina pallidamente gialla, con le lacrime a macchiare l’inchiostro di testi già resi incomprensibili dalla mia terribile grafia. Una fortunata coincidenza, che ha fatto incontrare due persone affini? Certo, ci sono elementi di coincidenza biografica. Ma non credo che possiamo limitarci a questo. Sono intimamente convinto che l’empatia che è stata in grado di generare in me è solo in minima parte generata dal caso. Per la maggior parte, è dovuta alla capacità di Bruna di trovare l’universalità nel personale, cogliere il nocciolo del proprio vissuto particolare e del proprio pensiero unico e regalarli al lettore in opere così chirurgicamente efficaci da far specchiare l’anima di chiunque nei suoi versi. Una coincidenza costruita, volontariamente o meno non saprei, dall’autrice, con qualunque lettore. Quando nelle premesse del primo brano “Perché scrivo”, Bruna sostiene di scrivere per sé, non compie né un atto di umiltà né di menzogna. Solo un gesto autentico e sincero come il poeta che affronta i suoi pensieri e li fissa su carta pensando solo a se stesso può portare a opere in grado di generare l’empatia che descrivevo. Azione che da sola non è sufficiente a creare versi di pregio, deve essere accompagnata da sensibilità, talento, conoscenza della lingua, della metrica, delle figure retoriche e molto, molto altro. Bruna possiede tutte queste doti e va anche oltre. Facciamole premettere la sua verità, dunque, ma non prendiamola come un mettere le mani avanti nel caso la sua opera non piacesse, ma come una spiegazione di come faccia ad arrivare così vicina, autentica, evocativa al lettore. Ho accennato agli elementi più vivi in Bruna e ho già citato il suo rapporto partecipato, sofferto col mare, che legittima il suo ricorrervi spesso, tanto metaforicamente quanto in ricordi evocativi e densi. Mare, sole, luna... entità abusate dai poeti, spesso al primo accenno a loro una smorfia di fastidio si impossessa della mia faccia, imprimendomi un’aria odiosamente ma inevitabilmente snob. In Bruna il mare è elemento cruciale e indissolubile di un’esperienza di vita, e questa sua autenticità rende vivi e pulsanti i riferimenti, abbatte ogni stereotipo sotto colpi violenti di cavalloni dei quali riusciamo a cogliere il vigoroso rombo, ci perdiamo nei placidi orizzonti che riempiono la vista di Bruna. E’ il mare, non il Mare. Non una vuota entità da usare per facili evocazioni, ma masse d’acqua pulsanti e roboanti che riempiono le narici di salsedine e brulicano di vita sopra e sotto la superficie. E’ un mare autentico, ma non per questo meno evocativo ed efficacemente allegorico. Il mare è un cristallo di pietre e aspri fondali dove l'anima perde il presente, ascolta, rinasce in un giorno che è troppo breve. Leggendo la raccolta però il primo elemento a colpire è il silenzio. Un rapporto col silenzio che l’autrice stessa s’abbandona a definire con scelta catulliana: Ti prende, ti annienta, ti urla ti ama e asseconda Lo odio. Lo amo. E’ silenzio doloroso, contemplativo, eppure così necessario, per fare ordine, chiarezza, per arrivare agli strati più intimi dell’anima. E’ un silenzio quasi mai assoluto, pneumatico. E’ un silenzio che è il vettore per dialogare con l’assoluto, composto dalla propria voce interiore e dagli elementi della natura, in un fraseggio stupefacente nella sua semplicità. Ascoltare la voce in ogni rumore che striscia O ancora Fruscii di vento sul fischio lontano E’ un silenzio che spaventa quando diventa incomunicabilità. Il silenzio della persona amata ferisce, quello dell'amico inquieta, quello dell'amante è condanna, ma tutto è facilmente ribaltabile in ogni ruolo. E’ però un silenzio a cui Bruna non potrebbe rinunciare, anche se spesso è doloroso sinonimo di solitudine, condanna e salvezza che l’accompagna nel cammino, a cui con gesto catartico e liberatorio, anche se lacerante, non si sottrae. Arrivano momenti in cui ci si rende conto che è necessario ascoltare il silenzio. Non meno interessante la ricerca portata avanti dall’autrice sul tempo. La sua nostalgia non è un vano rimpianto, non fa perdere di vista il presente, non toglie fiducia nel futuro. Bruna disgrega la costante del tempo, la frammenta in versi in cui i piani temporali si intersecano, comunicano, pulsano. Prolunga la vita dell’attimo passato e le dona eternità. Il presente che vive è la somma di ogni istante passato suggellato nel ricordo, che va a unirsi all’esperienza contingente e a un futuro che sa illudere e cullare. Quattro passi per la strada e ritrovi già il domani con le scarpe sempre rosse e la borsa troppo colma. Quattro passi nella notte e il ricordo sembra oggi come un sogno già sfuggito poco oltre l'orizzonte. Quattro passi sulle scale per un ritmo sincopato di un domani mai vissuto ma sognato e già goduto. O come emerge da “E se?”, che dietro un titolo che richiama Kipling racchiude considerazioni sul tempo più vicine a certi versi di Follereau: E... se il mio tempo non avesse tempo. O, e qui voglio chiudere gli esempi anche se ci sarebbero molti altri versi da citare sulla tematica, come ci suggerisce “Magia” Cosa sono, cosa è stato, oggi è ancora un altro giorno da riporre nel cassetto che non ha nessuna chiave. Il tour nell’animo di Bruna è articolato ed emozionante. Partiamo dal suo mondo più intimo e introspettivo col primo gruppo di poesie, introspezione che sfocia nel letto del fiume del tempo che troviamo alla prima fermata. Proseguiamo con l’elemento che è tratto d’unione tra passato e presente, il mare, fonte di forza, vita, amore, coraggio, ma anche malinconia, orizzonti ignoti, possibilità non colte, impeto incontrollabile e minaccioso. Le poesie che seguono sono più descrittive, circostanziate, spesso dei preziosi e drammatici frammenti di vita evocati con poche e precise pennellate, con un universo del non detto complesso e definito. Viviamo con Bruna il suo mondo dove il tempo è relativo, come d’altronde la scienza ci dice che dovrebbe essere. L'occhio si inganna, propone il miraggio di fragole acerbe nel solito vaso ora vuoto, nascosto tra l'erba già secca. Tra le begonie, sul davanzale, mi spia l'amica lucertola, mi illudo sia sempre la stessa per ogni estate che passa; Il viaggio avvolgente e coinvolgente prosegue con le note tiepide e pullulanti di vita e malinconica speranza della primavera, metaforicamente anche a rappresentare gli infiniti risvegli e rinascite che Bruna, come ognuno, si è trovata con meraviglia a compiere. fruscio di fiori introduce l'aurora scroscia la vita
Primavera che è anche risveglio dei sensi, e i versi seguenti sono quelli che ci restituiscono le passioni di Bruna, la sua sensualità femminile, il suo donarsi all’amato, la sua ricerca della felicità e salvezza attraverso l’amore. E anche qui, il mare torna prezioso ed evocativo in più occasioni:
C'è l'onda che avvinghia ghermisce ed innalza, ti prende alle spalle rubandoti il fiato.
Tra questi versi d’amore, mi ha colpito particolarmente una quartina, per forma e potenza: Nulla lascia sterile questa terra acerba. Siamo solitudine affamata eppure in fuga verso gli opposti.
Ultima tappa del viaggio nel mondo di Bruna, una mai banale, spesso sperimentale e divertente, raccolta di pensieri e opere che definisce “pensieri sparsi”. Tra raffinati giochi di parole, momenti rubati alla sua vita, divertenti quadretti sul rapporto con tecnologia e internet, Bruna, proprio come farebbe un romanziere o uno sceneggiatore, conclude l’opera con un anticlimax in grado di farci terminare il viaggio con un sorriso e il cuor leggero. Senza però rinunciare a essere, fino all’ultimo, incisiva e in grado di generare riflessioni ed emozioni. Per quanto la frase del titolo sia molto musicale ed estrapolata da una poesia molto valida, personalmente non l’avrei utilizzata perché contiene la parola “antica”, che legata a una raccolta di poesie rimanda l’immaginario del lettore a un sottobosco poetico un po’ stantio, uguale a se stesso, continuatore di una mediocre tradizione che ingrassa l’elenco delle opere poetiche pubblicate senza ragione d’esistere. Se mi state leggendo, per fortuna non vi siete fatti scoraggiare da tale richiamo poco attraente per molti, e l’avete correttamente interpretato per quel che è: fascinazione per l’antico, riflessioni sul tempo, rispetto e interpretazione del passato, ma espressi in un’opera decisamente moderna. L’elemento vincente di Bruna, del suo modo di scrivere, è proprio la modernità della sua opera. Originalità, profondità, sintesi, sperimentazione. Niente suona come antico o stereotipato nella poesia di Bruna, mai si nota sterile autocompiacimento nelle sue parole, anche i versi più ben scritti sono al servizio di un’urgenza narrativa. Solitamente, in una silloge le poesie memorabili sono una percentuale bassissima, anche di quelle degli scrittori immortali passano al vaglio dei ricordi davvero poche. Qui me ne sono rimaste nel cuore a decine, e se ne scorderò ben presto la maggior parte delle parole per limiti di memoria, la sostanza e le emozioni che sono state in grado di suscitarmi resteranno vive e rinnovate nel tempo. Bruna sarà ogni silenziosa figura femminile che scorgerò seduta in riva al mare fuori stagione. Senza guardarci ci sorrideremo complici, senza parlarci ci racconteremo storie di nostalgie e speranze, in un flusso del tempo impetuoso e incostante. E il rombo delle onde, che tutto riplasmano e niente distruggono, ci farà meno paura.
prof.re Dario Folchi.


RECENSIONE
Sarcastiche e spietate, a volte senza misericordia nei confronti di alcuno, si fissano dinanzi a noi le pareti spesse del mondo. Ma al di là e al di qua, invece di agitarsi un fitto intreccio di parole falsificate o addirittura di menzogne tanto assurde da generare solo un vuoto rimbombo - mentre con te, Bruna, restiamo allineate a queste pareti, entro il frastuono di un sogno che vorremmo le spezzassero del tutto - ecco farsi avanti i tuoi “silenzi che parlano e i silenzi che annientano”. E noi, spaventate,avvertiamo la pressione che, pure distante ed effimera, minaccia di assumere “contorni di terrore” .
Ma un versificare così essenziale, anche se denso di ambiguità (“Ci sono silenzi che aiutano a comprendere quando sono/ supportati dagli sguardi, altri che annientano pur nulla /la vicinanza), avanza tra righe e pagine in modo “caparbio” e “ostinato”, come “uno stupido insetto” che inutilmente si affanna a cercare la via “tra le parole sospese”. E noi, rassicurate, rimaniamo ad aspettare che la sospensione dell’attesa finisca, per poi continuare. No, non è il caso di preoccuparsi troppo, cara amica, tu lo hai provato tante volte: “non siamo atomi incerti e sbagliati“, ingabbiati in “illimitati spazi di sogni e memorie”. I tuoi sogni non sono finiti presto, prestissimo, sono stati piuttosto rimandati - a ripetizione continua- a quando, come scrive il poeta espressionista tedesco Franz Werfel, “per ogni piccola bontà/ traboccano gli occhi di Dio,/ e ogni piccolo atto d’amore/ pervade tutto l’universo”.
Leggendo i brani raccolti nel volume Tra dune di lava antica, come accade quando di notte rimango sveglia e, nascosta nel buio, non riesco a riconoscere la mia immagine nello specchio appeso alla parete di fronte, anche seguendo il filo di questi versi mi chiedo: perché, quando “negli illuminati spazi di sogni e memorie di lidi sparsi nell’altrove” mi impegno ed appassiono, carica di aspettative di rivalsa dal dolore, dalla paura , “intanto” - lo sento sulla pelle -l’”acqua scorre”? perché lava via il caldo abbraccio dell’amore e spegne, di colpo, il fuoco della vita tenuta stretta, difesa dal ghiaccio mortale, sempre in agguato?
La poesia potrebbe mediare tra sogni e realtà in un pasticcio di sensazioni dove però sarei così combattuta, tanto frastornata - quasi da non sentirmi più in pericolo con i miei amori, ma anche rimasta senza alternative - da aspettare, immobile, che, terminata una guerra, il cielo, allora, si apra, e ”dallo stupore, e in confusione”, cada, e “sopra i tetti degli uomini, / entusiasta, dorato, aleggiante/ lo stormo d’aquile della divinità” discenda. (Franz Werfel, La guerra, 1914 ).
No, Bruna, non possiamo credere che la poesia, l’arte, promettano un contenuto di verità il quale, appena si è manifestato con lei nella sua essenza di bellezza (tu scrivi: “in rapida corsa con il divenire”), una volta realizzato il messaggio liberatorio, mediatore tra l’essere e quello che vorremmo, lasci immediatamente indietro la sua testimonianza poetica, divenuta un puro involucro di meta-realtà consumata.
Noi preferiamo una poetica che, semplicemente, “possa” essere vera, abbandonata alla natura, alla sua immagine contraddittoria, evitando di trasformarsi in una alterità strumentale, posticcia. E soprattutto precaria, soffocata dal vincolo del tempo, prima o poi in agguato per smentirla, diffamarla. Invece, come suggerisci, “se il mio tempo non avesse tempo. Vorrei ancora dirlo: se il tempo che ho donato/ e quel che donerei (…) Forse il tempo venne e poi se ne andò”. Privo di posticipazioni allegoriche finalistiche, senza simboli sostitutivi casuali: allora sì che, “negli illuminati spazi/ di ogni incoerenza”, voluta e non arbitraria, “il tempo torna tempo/ nell’unica canzone” che mi rasserena intonare: quella dei versi capaci di calare leggeri, avvolgendo ovattati “quel che resta del giorno” .
È vero, dopo tutto il dolore, dopo il peso affrontato di fatiche scoraggianti, quando intuisco con certezza dove porta “questa linea di mezzeria/ tra dormiveglia e sussulti”, così come sono, allora, tranquilla, forte, posso e voglio andare avanti; e se “nell’imposto silenzio del domani che viene” (ma, ormai, non incute terrore, né conduce all’inganno) “un gallo reclama il suo posto”, allora, Bruna, mi impegno a interpretarne il canto perché “tra il giallo delle ginestre ed il mare là in basso/ so dove porta la strada”; e, di più, so bene che non”c’entra l’estate“perché “il lupo è lupo in ogni stagione“: basta contenerne l’assalto. Ma come, come si può riuscire? Gridando “con gli occhi” per spaventarlo? Gettandosi nel mare dove lenta si “intesseva la storia senza la storia” aprendo una via di fuga? No, non credo, perché, quando poi anche tu, “lungo la scogliera”, hai aperto le mani, “dai finestrini aperti / usciva un nuovo canto”.
No, non sei mai fuggita, Bruna, la verità l’hai vissuta e difesa senza sosta: e, nonostante per ognuno di noi l’esistenza stessa, alla fine, si nutra di morte, sei riuscita a difenderti e salvarti infilandoti “dentro un pugno chiuso” dove “la luce confondeva/ il tacere della luna”. Ed ecco, a sorpresa, allontanarti per sempre dalle “notti di ombre e paure striscianti”, mentre comprendi quanto ancora ti appartenga “questa natura amica: sono roccia e sono monte, gli impavidi ruscelli / lo spumeggiare d’onda”.
Una poesia eroica la tua, Bruna, con un ritmo alterno, continuo e spezzato lungo una scelta lessicale curatissima e attuale, ma che non si fa scudo contro il male: piuttosto lo raggira, accogliendolo. Le parole non sostituiscono la realtà con l’immagine desiderata, né, attraverso il vetro che “risuona” l’autunno, promettono primavera. Non sapresti che farne di tutto ciò.
Nel complesso di evocazioni poetiche e nel tuo cliché quotidiano, “destino” e “carattere” si incrociano e autodeterminano: impossibile “predire il destino futuro”. Ma, scegliendo le parole di Walter Benjamin: ”il carattere appare, di contro, come qualcosa di dato nel presente e nel passato, quindi di conoscibile”. Insieme ai tuoi versi, con “in valigia le placide onde”, con la sabbia riposta “e le delusioni / in scatole rosa”, conosceremo tutto meglio.
E sarà - ne sono certa - come suggerisci, “un dolce viaggiare”. Anche se “verso il freddo che incombe”.
Dott.ssa Cinzia baldazzi (Giornalista saggista- Critico Letterario)
Info. ass.irumoridellanima@gmail.com

Nessun commento:

Posta un commento

Lascia il tuo commento