lunedì 2 dicembre 2013

VENERA (RENZO PIOVESAN - SCRITTORE - GIORNALISTA)

Anelavo stenti da stilita su frantoi di scoglio, e le genti divise adunano i fari. All’astri infidi per violetto [pro]testo. Innaffio l’uggia con orzi disciolti, ingollando l’insonnia con spezie pungenti e chicchi scoppiettanti.
Non azzardo affetti alla riffa rispetto il verso sudato e non bramo oggetto ma il luogo del bacio, fissando alle nari l’aroma del legno e della resina di pino marino.
Serro il palco della camera per lesinare la foga del raggio insultante. Ove fermare i cipigli e deflorare idee al futuro, quando inondano il presente: i timbri dello scroscio, il gemito di un pargolo mancato il fruscio del grecale e l’astemia da clorofilla?
Per una minuta crepa parsi come salsa negletta, ostile per riscosse [pre]cedenti; giunge il venturo apostata da periferie del mondo con folle di seguaci. Insegna a temere anfitrioni sgraditi, dimenticando le chiavi nella toppa della torre d’avorio. Troppo da arginare: alle spalle di quell’uscio liberamente puoi spacciare al mondo la degenere triade. Con forza dovrò oppormi: a volte incombe sprangare ogni porta e legare con fil di ferro i battenti delle finestre, inviperendo la lemma e tingere i chioschi della vita.
La fatalità annacquata e svuota evaporato in fosca quiete il rilievo che s’acclara in bilinguismi intermittenti, riempiendo le fossette del corpo. Il seno pare elevato a capogiro in tatto a questo assoluto buio.
Ferri da maglia per biondi guizzi guadano i vuoti delle imposte al mattutino sole. L’alcova colora i dorati grappoli del maturo risveglio. Perlati di sudore e fiaccati al giaciglio, piegati in candide carni e astrusi geroglifici incisi sulla carne da lenzuola e cuscino.
Il giorno avvelena l’universo tacito di transenne. Al progetto sognato crediamo per freschissimo zampino. La notte memore, volge futuri, vicini alla follia!
La brezza è una girandola di plastiche gialle e rosse, crocifissa su un bastoncino di zucchero tra le manine adoranti di un bimbo affacciato da una finestra gemella [combacia e affratella per vita].
Il pino marino altalena per parti e dall’altra un passero stanco, miete l’azzurro in sfumi alari, libra nel sole e saggia il freno alla scia che ruzzola al canale. La Torre dei Mori decade in questo dì mosso dall'aria dai rintocchi bronzei e in coda alla stanza spoglia, stracotta dal tempo dei pensieri.
Offrimi cantici registrati dal vento, nessun marchio più sulla giacca o sulla vetrina imbrattata e franta. Le suonerò in un angolo, tra un cembalo e una viola, la stagione congiunta a specchio con i suoi “Amo” [di pesca in premio alla lodevole pazienza]: canzoni d’amore in apoteosi arrivano all’estasi del puro spiro.
Vocali note per la regina di cuore su un mazzo truccato a festa per mille suoni e sorrisi. Soffuse risate e liete birbonate per le quali il cardio incede tra penetranti echi d’avvallata privata festa. Cingi la sfrecciante lingua nel lato interno dei tuoi fianchi frementi.
Assaporo il miele e inondo l’orchidea [indomata dal senso] e intrometto il questuante al canto, traducendo la profonda ritmica per mormorati “Ora vieni mia”.
Dal tiepido sortilegio dell’ombre, dei passati cortigiani e dei grilli saboto il corteggio e l’ingresso. Veglio il sogno delle alti menti. La più candida scuote e dolce mormora: “Addormèntati e nicchia: E’ tempo di sognare, approda al porto successivo, fuori dalle rotte pendule dei pirati. Spèttinati. Lasciati nel viso la barba incolta. Indossa il letto e concedi la trama al lenzuolo: ti suggeriranno le prossime dieci pagine ora”. La troppa pace cerchia la testa e secca le volitive labbra.
La fronte brucia come sabbia nel deserto al mezzodì d’agosto. L’occhio oscilla all’unica idea: ho scordato di incatenare la biblioteca con i sei lucchetti.
Il concerto nella mente è un vibrante rio amazzonico. Tra le sponde lussureggianti le radici degli alberi cimano ad ombrelli, ma pungolano il viso le zanzare svolazzanti tra le sinapsi fertilizzante dal diletto della fortunosa accoglienza dell’amore e degli ultimi eventi, a mille miglia dall’ispirazione immediata. Piegarsi al flusso strabiliate del trasporto iniziale farnetico. Lo han aumentato? Preferisco [si molto meglio] la pazzia del sentimento folle.
La luce piega e scompare lì, dietro le tettoie dei nidi, e il cinguettio placa l’ergere dell’arcano inspiegabile: il moto d’astro resta memore del senso di aderire al cosmo. Sento che al di là della curva dell’orizzonte. La realtà cede all’abisso con tutti i turismi, le esposizioni, le moltitudini, gli stormi. L’immenso astro rosso arde indugiando celato alle quinte di scena del regno della luna. Compiango i vegli [privo d’eccezioni] dall’altro spicchio della frantumata vita.
Il vero è una curiosa fantasia innalzata a totem da chi dispera: tanto si raffina l’immagine più è posta al fondo nell’animo del senno intento a colta.
Vennero le cinque del mattino e sgusciai in calle nell’aria cimice dei palazzi antichi. Aspiro gli spigoli smussati e cauto sopravanzo tra i prodi tossendo la notte che resta.
Bevo l’umidità delle nebbie con la bocca avida di sete: circoscrivo le labbra in guado da destra a sinistra e riscorro la sinistra fermando la destra. Oggi spezza la sorte dei trionfi con sciocchezze e stasera verrà anche il fiotto ardente: concilieremo i lievi dissidi, afferrando con stretta pugna il sentimento sì profondo.
Ecco! Son caduto di nuovo a bocca aperta sul letto consacrato alle nostre forme. Sento tra i ventri il torrente e le voglie ancora in corso. Se dormirò di nuovo chi sorveglierà il bosco?
Non voglio? Trattienimi! Sopra a te ho paura, ma adoro questo timore. Principessa mitiga le ansie: rantola nei comodi nicchi ammassati per placare i passati caustici del cuore. Insegnami il piacere del volo, involgimi via, fiera inviata del patio dei venti, valletta dell’eliso balletto.
Stillami la fiducia, distogli lo sguardo dall’abbandono e abbracciami sorridendo sussurrandomi all’orecchio i chiari vocaboli di “fiducia”: sibillino e sleale vocabolo, dai trafficanti preferito e per gli ipocriti credito.
Annusa l’amore, profumati degli aromi distillati nelle ore della passione: fragranza forte in fragile scudo a questa rissa priva di difese e mascherate. M’offrirò al presente prono al pari flusso, senza divenir preda per altre accanite lupe [non verrò a loro vivanda].
Se dichiaro la fitta dolente, riconosco l’origine e t’imploro lenitiva una rivincita. Reclina sulla spalla mia il capo e rifletti: aspetta a vendicare la dignità o mi dovrò in sempre emendare? Castigare l’arroganza? Educami a un’altra lemma, di uno sconosciuto greco o ad un verbo cognitivo prossimo al futuro remoto se il futuro non ci appartiene.
Brillante richiamo più tardi; ma tremo per il botto dei flutti che dalla chiglia al petto s’ode. Immenso impulso lo figuro, il più delicato fiore, di beltà pieno. Divina amante e gemella, succedi al talamo disadorno in accoccoli nel seno misurato e di tacchi mai svettati.
Nido di rosa dove si stipano i martiri intonando intense arie del tuo segno di croce. Accollata nelle felpate vesti, adagiata alla luce gentile, tiepidi ogni stanza circolando i posti cardinali del divano; confida nelle mie promesse non sono l’uomo in calze bianche rette da fili invisibili della bugia nel rassegnato ricovero familiare.
Con la tua Beltà negli occhi vidi le palpebre accostarsi in cocenti lacrime al tuo “Vattene”. Abbiam crestato gli zigomi e le tue stanchezze d’indole nostra; sperando d’essere trattenuto al mio: “Buona Fortuna”. A chi riferirlo? E perché in versi, ora? Lo narro al sorriso innato di quelle fossette baciate!
Hai ripudiato la mano per paura? Vuoi riconoscere il bavaglio? Pietà per il perdente e per la mano impenitente che mi rivela inchiostrato ai dogmi della profusa retorica.
Piaghi il consumato respiro, m’hai lasciato su un finito binario della regione successiva appena asfaltata per una visita pontificante. Dispersi le valige e la rotta piangendo di caldo in bollente la goccia nella guancia e l’incombente veduta della fine.
Delle ore e dei giorni di tentati ritrovi e attacchi fonici sbattuti in faccia. Sapemmo ambedue il sentire.Tacevi parole al mai, nessun segnale d’eterea voce al sempre, eppur avevi già deciso: punire il monumento assoluto costruito al giurar per sempre! Debbo crederti, come credo io?
© 2011, Renzo Piovesan

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