giovedì 17 gennaio 2019

GIOVANNI MARTONE

scrivocolditoindice
Sono nei stracci appesi
dentro un armadio a due ante.
Vesto il giorno con l’umore
residuo notturno che mi sveglia
Un guasto nella testa
ingranaggio sballato
un bullone spanato.
L’anta a sinistra conserva testi scolastici
lasciati ad ammuffire nell’urlo del lupo,
giovane folle con la follia di cambiare
là dove il passo si arresta e l’ideale muore.
L’ossido di ferro m’invecchia
e scricchiola l’agile essere
distante dal fuggitivo pensiero.
L’anta destra conserva la tentazione
soppressa per educazione più volte
un incorniciato vaffanculo musicale
a quel che sono o potevo essere.
Cammino nudo per casa
sensazione reale di libertà
con una porta per barriera.
Chiudono in sincronia le ante
come sipario dopo la recita.
Aspetto l’applauso dopo l’inchino.
foto di giovanni martone

GIOVANNI VISONE

In ogni Anima.
E coniugai il nome tuo in una frase detta
e in pensiero non letto
per la solitudine che mi portavo dentro.
Come ogni giorno vede la sua alba
cosi ogni giorno chiedevo al mondo
se era giusto accendere un pensiero per te
e accedere per qualche ancora attimo in te
Salvai in ogni gesto
quel poco il più possibile all'apparenza,
ma se l'idiozia non avrà il meglio
capirò che è troppo poco saper solo coniugare il nome tuo
in una frase detta e in un attimo
che in te vorrei vivere.
E coniugai il nome tuo
in una frase detta e in una falsa felicità
sommerso da finte luci
che per la loro forza e per la loro vicinanza
mi nascondevano il buio
che persisteva nella mia anima
che seppur era talmente vicina alla tua
noi non ce ne accorgemmo di esistere.
-----© GV------
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GILDA PISU

Soffia forte il vento.
Arrivava soave nel nostro giardino
Il dolce suono delle campane
Ed io coglievo fiori di ciliegio
Per inventare rosse collane
Ero felice col tuo seme in seno
Ed accarezzavo il nostro domani
Ora tu sei assente
Sei come scomparso
C'è un vento forte che scuote il roseto
Ma io non ho più rose
da tenere al riparo
Ho solo una croce tra le mie mani
E del nostro destino odo il ghigno feroce
Nella mia vita non esiste più gioia
E non ho più domani da voler aspettare
Tu sei lontano da questi miei giorni
Ma il mio cuore testardo aspetta che torni.
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PAOLO AURELIO MONTELEONE


Pianti e rimpianti
Non vivere la vita
tra pianti e rimpianti ,
tra fiumi di lacrime
e montagne di se....
Goditi un’alba ,e
sorridi al nuovo sole !!!
o un tramonto,
e sorriderai alla luna,
sorridi e sarai più bella.
Apri le porte
del tuo mondo,
fammi entrare
io sono l’amore,
quello che non hai
e che non hai
mai provato
apri il cuore
e ti cambierò la vita ,
dammi la vita e
ti darò il mio cuore,
il resto sarà destino
e avrà il mio nome.
Tra pianti e rimpianti
ho lasciato alle spalle
il mio passato,
ho te adesso
e non chiedo altro
e insieme a te,
la mia anima vola !!
E sotto un cielo
illuminato di stelle,
ora due bocche baciano,
due cuori amano,
due anime volano.
Paolo Aurelio Monteleone
Adelaide17/1/2019
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ELENA PALMA


Metamorfosi
Fu così la mia metamorfosi...
Mentre pensavo d'essere
solo un inerme bruco, 
iniziai accanto a te
a volare come una farfalla...
D'allora volteggio con ali fragili
regalandoti e regalandomi attimi
che valgono secoli d'emozioni
e ho capito che tu sei,
la mia metamorfosi.
Nora H.©(Elena Palma)
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LIVIO GEC

alba inoltrata -
si ammira in acqua il colle
come Narciso
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VITTORIA NENZI

Roma Metropolitana
Una cacofonia di silenziosi pensieri,
orme su orme già tracciate,
persone senza volto,
senza nome,
percorrono la stessa via tutti i giorni,
urtando l’anonimo compagno di viaggio,
respirando la stessa corrotta aria.
Uomini, donne chiusi in se stessi,
vagano inseguendo un’utopia,
nella solitudine di una vita spietata.
Città che è tempio solenne e triste,
che calca scenari amari,
cori che rifiutano dialoghi,
indifferenza muta, solitario pianto.
Cortei inneggianti, sirene urlanti,
semafori fissi sul rosso,
emblemi metropolitani che non stupiscono.
Vagabondi coperti di cartone,
ubriachi stesi a terra in un sonno artificioso,
mani tese sempre disattese,
suono di campane sepolto dal frastuono.
Una via qualsiasi,
una via che è memore di altri passi,
che sapeva di mani tese.
Dov’è la mia città,
dov’è il suono delle campane,
Il canto del Tevere,
il riso delle mille fontane?
Dove sono quei profumi in primavera,
quegli aromi di cibo genuino,
quei pianti che univano i vicini?
Roma, mia amata Roma,
ovunque per le vie del mondo,
ti trovo nelle pieghe vive
radici immortali dei natali.
In terre straniere mi canti le notti,
soffiando il ponente sui miei giorni,
mi chiudi gli occhi riempendoli
di sogni vitali nell’ora del presente.
Sussulti d’amore son i saturi silenzi,
nella memoria che urla nostalgia,
al riparo di mura e odor di pini,
su per i colli a navigar d’acqua la vita.
Son qui, Roma,
appoggiata alle tue porte,
apri il passato per un’ora sola,
ch’io possa in te adagiare il mio riposo.
Vittoria Nenzi @ t.d.r.
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GIOVANNI GENTILE

Incubi e sogni
I miei sogni sembrano non finire mai
a volte si trasformano
in spaventosi incubi
e invece di cercare di realizzarli
di prenderli al volo
vorrei fuggirne
allora mi ritrovo a girare per casa come un fantasma
senza lenzuolo addosso, in mutande e ciabatte
Ci sono incubi che mi spaventano
ma al risveglio
sono loro
che hanno accompagnato le ore insonni
portandomi a scoprire che l’alba
non è poi cosi male come dicono
e che forse è bello sognare
e non smettere
perché il sole
anche dopo la notte più nera
è lì che aspetta che apra gli occhi
Giovanni Gentile 16 Gennaio 2019
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CESARE MOCEO


Il mio vento non è un fiume che scorre
Cammino con la pace nei passi
a guardare come si fa sera
sul lungomare deserto
dove incontro soltanto gabbiani
che razzolano sul marciapiede
frettolosi al mio incedere
a svolazzare lesti di paura
Vado con la quiete nel cuore
nel vento gelido e umido
che m'arrossa le guance
alzando gli occhi al cielo
sacrificio di speranza
per scorgere il tramonto del sole
o qualcos'altro per cui sognare
Là m'accorgo nel piacere dell'anima
che il mio vento gelido
non è un fiume che scorre
imprigionato tra gli argini
e obbligato alla sua strada
ma il soffio dolce della libertà
sotto il cielo strabiliante d'azzurro
.
Cesare Moceo poeta di Cefalù
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GRAZIA DENARO


Nell’alienazione del respiro [Dedicata]
Ad illuminare i giorni
era la sua parola,
la sua gioia, il suo sorriso
di un tempo ridente e sincopato
rispecchiante il viso di un bambino
che di questo cielo rimase
felicità perduta
di giorni senza nuvole e senza vento
in cui non si muoveva
né fronda, né ramo, né fiori
e neppure l’erba del giardino:
ma si sentì ad un certo punto
il fragore del pugno di com’è difficile vivere
in un universo avverso
che si proclama scevro di speranza
smarrita nella profonda notte
a sentenziare la costellazione del dolore:
Furiosa tempesta,
incalzò in una lingua nuda
cedendo il passo alle perverse cose
in cui tutto si dissolse e s’annientò
nell’alienazione del respiro.
@Grazia Denaro@
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